di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 21 maggio 2020
Alla fine prevale il pragmatismo politico. Le parole guerriere della vigilia si son trasformate in più miti dichiarazioni di pace e Alfonso Bonafede rimane al proprio posto. "Ho sempre rigettato l'idea di una giustizia divisa tra giustizialismo e garantismo", commenta lo scampato pericolo il ministro. "La stella polare è la Costituzione. Importante che maggioranza abbia trovato sintesi".
Le due mozioni di sfiducia, una presentata dal centrodestra e una da +Europa vengono respinte dall'Aula del Senato: la prima con 160 contrari e 131 favorevoli, la seconda con 158 no e 124 sì. Matteo Renzi cede alla ragion di Sato e pur marcando le differenze tra la sua visione garantista e quella manettara grillina, sceglie la via della prudenza.
"Il presidente del Consiglio ha detto che in caso di sfiducia al ministro Bonafede avrebbe tratto conclusioni politiche", spiega a Palazzo Madama l'ex premier. "In questi casi il presidente del Consiglio si rispetta e si ascolta: presidente, lei si assume la responsabilità e noi la seguiamo", dice Renzi, senza però rinunciare alla polemica: "Se votassimo con il metodo usato da lei nella sua esperienza parlamentare nei confronti dei membri del governo lei oggi dovrebbe andare a casa: Alfano, Guidi, Boschi, Lupi, Lotti, De Vincenti.
Ma noi non siamo come voi", sottolinea il leader di Italia Viva, deludendo probabilmente una parte dell'opposizione che contava sui voti renziani per la spallata definitiva al governo. Renzi opta per una ritirata strategica nella speranza di poter condizionare d'ora in avanti le scelte del governo, in materia di giustizia ed economia, in maniera molto più efficace.
"Bonafede amministri la giustizia, non il giustizialismo e ci avrà al suo fianco", conclude l'ex premier, mettendo di fatto nel mirino uno dei provvedimenti chiave dell'era pentastellata: la riforma della prescrizione. Il ministro della Giustizia e il capo del governo Conte sanno perfettamente che da domani si aprirà un confronto aspro in maggioranza per rimettere mano a una riforma, passata in epoca giallo-verde, che secondo tutti gli alleati lede il principio costituzionale della ragionevole durata del processo. In questa crociata, infatti, Renzi non sarà solo. Anche il Pd, che fin dal primo momento ha assicurato lealtà al ministro della Giustizia, in Aula perde l'occasione di chiede al Guardasigilli un atto di discontinuità rispetto al passato.
"Lei è stato ministro anche nel precedente governo, ha votato con la Lega lo spazza-corrotti, ha abolito la prescrizione dopo il primo grado, ha buttato il lavoro fatto dal ministro precedente sulle carceri e sul processo", mette in chiaro il senatore dem Franco Mirabelli, "Ora è ministro di un governo diverso, la discontinuità con quello precedente deve essere maggiore di quanto è stata finora". Su questo il Pd non solo "è disponibile", ma è anche "esigente". Insomma, la fiducia ha un prezzo.
E il ministro prova ripagarlo, annunciando l'istituzione di una "Commissione ministeriale di approfondimento e monitoraggio dei tempi che permetta di valutare l'efficacia della riforma del nuovo processo penale e civile. La garanzia e la tutela della difesa sono due valori imprescindibili".
Bonafede prova a rispondere, punto per punto, a ogni accusa mossa dalle opposizioni come dagli alleati. A cominciare dalle voci, messe in circolazione da Nino Di Matteo, secondo cui il ministro della Giustizia gli avrebbe negato la guida del Dap su pressioni mafiose. Non ci fu alcun condizionamento nella nomina di Francesco Basentini, ripete per l'ennesima volta l'esponente grillino. "Non sono più disposto a tollerare alcuna allusione o ridicola illazione".
Quanto a Di Matteo, a cui Bonafede aveva offerto la direzione degli Affari penali di via Arenula al posto del Dap, il ministro è convinto che avrebbe potuto dare un segnale forte alla mafia, che "non va a guardare gli organigrammi, ma avrebbe visto Di Matteo lavorare al fianco del ministro della Giustizia". È falsa, per Bonafede, anche "l'immagine di un governo che avrebbe spalancato le porte delle carceri addirittura per i detenuti più pericolosi. I giudici che hanno scarcerato i detenuti in questi ultimi mesi lo hanno fatto in base a leggi in vigore da 50 anni e che nessuno aveva mai cambiato".
Il ministro supera la prova del fuoco e chi ne chiedeva la rimozione accetta la sconfitta. Soprattutto Emma Bonino, autrice di una mozione di sfiducia garantista che aveva indotto in tentazione i renziani. "Chiediamo le sue dimissioni non perché lei è sospettato ma perché non vogliamo un ministro della giustizia che sia il rappresentante della cultura del sospetto", dice Bonino, intervenendo in Aula. "Pensiamo che la giustizia sia una istituzione di garanzia dei diritti dei cittadini, imputati e condannati compresi, non un mezzo di lotta politica, di rivoluzione sociale o di moralizzazione civile", insiste la leader di +Europa.
Di tenore completamente diverso, la mozione bocciata del centrodestra, che puntava l'indice contro le scarcerazioni dei detenuti in fase di emergenza Covid. "Mercato di poltrone fra Pd, Renzi e 5 Stelle", commenta su Twitter Matteo Salvini. "Ringraziano i 500 mafiosi e delinquenti usciti dal carcere e i 500.000 clandestini che aspettano la sanatoria, non ringraziano gli Italiani. Insieme a voi li fermeremo". Ma anche per oggi dovrà aspettare la prossima occasione.











