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di Salvatore Tassinari, Alessandro Santoro e Beppe Battaglia


Ristretti Orizzonti, 10 ottobre 2020

 

Lettera aperta al Tribunale di Sorveglianza di Firenze. Da alcuni anni una pratica quantomeno discutibile grava sulle persone detenute nelle carceri di Sollicciano e Solliccianino (e probabilmente anche in altri carceri). È la pratica dei "permessi premio con l'accompagnamento di un volontario".

A dire il vero, l'Ordinamento Penitenziario vigente non prevede la fattispecie del "permesso con accompagnamento di un volontario"; in effetti si tratta di un'innovazione del Tribunale di Sorveglianza. Noi abbiamo l'impressione che il volontario "accompagnatore" non sia inteso a mo' di supporto logistico (un passaggio in macchina) e di facilitatore, quanto, invece, con una impropria attribuzione di valenza "custodiale".

Già alcuni anni fa una volontaria di Pantagruel venne portata a processo con l'imputazione di favoreggiamento di evasione di un detenuto accompagnato in permesso premio. Fu allora che l'associazione Pantagruel intervenne presso il presidente del tribunale di sorveglianza, chiedendo che venisse chiarito che il volontario accompagnatore non aveva alcuna responsabilità custodiale. Il presidente dette allora formale assicurazione che la funzione del volontario doveva intendersi come semplice sostegno al detenuto in uscita.

A nostro modesto avviso, la prassi che si è venuta consolidando nel tempo è tornata ad assumere, nella logica del magistrato di sorveglianza, una valenza velatamente custodiale, doppiamente offensiva: nei confronti così della persona detenuta come dei volontari.

Il primo, piuttosto che chiamato al senso di responsabilità, si dispone che venga accompagnato come si fa con i bambini, che in ragione della loro età non sanno badare a sé stessi, con ciò coronando il processo d'infantilizzazione che il carcere opera sulle persone detenute (altro che rieducazione!).

Una prassi altresì offensiva nei confronti dei volontari che, per consuetudine, accettano un ruolo che non dovrebbe competergli, soggiacendo così ad una sorta di ricatto morale, supponendo

che in loro mancanza il permesso premio non verrebbe concesso, perché ritenuto dal magistrato a maggior rischio. E questo spiega quella sorta di ripristino di fatto della funzione "custodiale" del volontario stesso.

Con la presente chiediamo discontinuità da questa prassi, limitando la disposizione dell'accompagnamento al primo permesso e solo nei casi di detenuti che abbiano bisogno di sostegno logistico e di facilitazione per orientarsi nel territorio.

È auspicabile che, come alla persona detenuta, in funzione della sua rieducazione, sia riconosciuta la responsabilità di gestire in autonomia un beneficio penitenziario, così ai volontari penitenziari sia restituito il proprio ruolo, che non è quello di trasformarsi impropriamente in guardiani senza divisa.

È una questione di dignità e rispetto dei ruoli, richiamando alla propria responsabilità anche il magistrato che concede il permesso (o che lo rifiuta), così rinunciando al ricatto morale verso i volontari e all'atteggiamento punitivo nei confronti delle persone detenute.