di Laura De Feudis
Corriere della Sera, 20 maggio 2026
Cosa c'è dietro i reati digitali. Nel libro “Senza consenso” l'avvocata Marisa Marraffino - penalista, esperta di diritto minorile, diritto di famiglia e diritto dell’informatica - racconta 23 storie di vittime e autori di reati nell'era dei social. “Nella vita di ciascuno c'è un momento che è una scintilla. Quando si accende questa scintilla tutto cambia. Mi è capitato di vederla in ogni ragazzina o ragazzino che ho incontrato nel mio studio. È un momento affascinante. Per i minorenni c'è sempre la possibilità di riscatto, di riprogrammare il futuro indipendentemente da cosa hanno subito o da cosa hanno messo in pratica”.
Marisa Marraffino, avvocata penalista specializzata nei reati digitali commessi con le nuove tecnologie, questa scintilla l'ha vista molte volte. “Gli adolescenti - racconta dalla Sicilia dove sta presentando il suo libro Senza consenso (ed. Zolfo) - sono anime in tempesta da maneggiare con cura e la loro fragilità può essere trasformata in forza per chiedere aiuto, un'occasione per salvarti”.
Nel libro (che racconta Vite, solitudini e tribunali nell’era digitale) ci sono storie di revenge porn, ricatti digitali, chat e app di incontri usati per adescare minorenni, intelligenza artificiale, stalking, sostituzioni di identità, challenge, truffe amorose...
“Chi fa il mio mestiere ha il privilegio di vedere le storie dritte in faccia: non solo la parte offesa, anche gli autori dei reati (anche quelli che più ci colpiscono e ci disturbano) hanno delle vicende che vanno conosciute e considerate. A me queste ragazze e ragazzi che ho incontrato hanno mostrato che ogni storia insegna qualcosa: prima di tutto a non essere giudicante. E poi, se commetti un reato ma non lo rielabori, la pena non serve a molto. Alla vittima ma anche all'autore servono il coraggio di reagire. Per esempio, le vittime di revenge porn (e parliamo molto spesso di ragazzine molto giovani) provano un senso di vergogna (ingiustificato) ma per un periodo tendono a isolarsi, a mettere la vita in pausa. Poi però accade qualcosa che le fa reagire e le riporta fuori casa. Per i ragazzi, poi, tutto è amplificato dai social”.
Come si fa a costruire un ponte, un legame con ragazzini accusati di bullismo, detenzione di materiale pedopornografico o ragazzine che si sono fidate (sbagliando) di un fidanzato che le ha convinte a girare video intimi? Qual è la cosa più difficile che accade quando incontra i ragazzi e le ragazze che si rivolgono a lei, che hanno bisogno di un avvocato?
“È trovare il coraggio di fidarsi. La difficoltà è aprirsi, parlare. Parlano sempre i genitori e loro stanno in silenzio. A volte ci metto tre o quattro incontri... prima silenzio, poi finalmente iniziano a raccontare. E io capisco la loro difficoltà. Il sexting (lo scambio o l'invio di foto, audio o video a sfondo sessuale o erotico) coinvolge ragazzine di 13 o 14 anni. Come lo spieghi ai tuoi genitori (che magari ti considerano ancora una bambina)? La difficoltà a raccontare è comprensibile. Ma nella mia esperienza ho notato che ci sono sempre delle persone che “ci salvano la vita”... Sono quelle persone sentinella che con autorevolezza e non autoritarismo si mettono in ascolto degli adolescenti e li fanno sentire ascoltati, appunto, e visti. A volte sono insegnanti, altre allenatori sportivi. I genitori, invece, fanno molta più fatica. Parlano poco e ascoltano ancora meno. E poi, per esempio rispetto all'uso sconsiderato dei social e a quello che postano, non sono certo un esempio da seguire”.
Cosa potrebbe aiutare?
“Sicuramente insistere sull'educazione all'affettività. La famiglia deve fare la sua parte: ci si grida addosso e non si ascolta. E non ci si parla nemmeno. La scuola poi deve fare un pezzo importante. A ogni età e con il linguaggio adeguato dobbiamo parlare di sessualità e affettività per rendere i ragazzi e le ragazze consapevoli, per dar loro gli strumenti. Dobbiamo proteggere i minori, a partire da bambini più piccoli, dall'esposizione ai social. Dobbiamo inventarci delle alternative alle piattaforme. Meno smartphone al ristorante (anche a bimbi fino a tre anni). Tutti dobbiamo collaborare a far capire che il mondo dei social non è il mondo vero. Dobbiamo cambiare la cultura”.
Quali sono i reati più frequenti?
“Reati a sfondo sessuale, stalking, revenge porn, sostituzioni di persona, creazione o alterazione di contenuti per nuocere a qualcuno, i reati legati a “consigli sbagliati” dati dall'Ai. Ecco, direi che l'Ai è in questo senso la cosa più complessa che ci troviamo ad affrontare. Per esempio ci sono software di Ai che offrono consulenza su farmaci, psicofarmaci e indicano come procurarseli senza ricetta”.
Cos'è il “danno da prodotto difettoso?”
“Le piattaforme si proteggono dichiarando di non essere responsabili dei contenuti pubblicati dagli utenti e, in caso di video pericolosi, si autotutelano con l'avvertenza “non ripetere”. In tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti, sono in corso processi contro i social network per cosiddetto “danno da prodotto difettoso”, in seguito alla morte di diversi adolescenti dopo aver partecipato a sfide online. Ancora non ci sono sentenze. In Italia non c’è un reato specifico contro le challenge online e il reato di istigazione o aiuto al suicidio non è mai stato applicato nei casi di ragazzi deceduti dopo aver visto video pericolosi”.
Come ci si può proteggere?
“Io consiglio sempre di rivolgersi al Digital Services Act (DSA) e di appellarsi al GDPR (Regolamento Europeo in materia di privacy) che impongono alle piattaforme l’obbligo di garantire ai minorenni un livello elevato di tutela, sicurezza e privacy. Oggi anche i software di Ai si stanno adeguando, ma in attesa di linee guida condivise per la verifica dell’età, è ancora possibile aggirare i divieti. Nel caso di video intimi mandati o registrati con l'inganno o forzando la fiducia delle vittime o approfittando della loro situazione di soggezione psicologica (“Se non lo fai, ti lascio”), per bloccarne il caricamento in Rete si può andare sul sito del Garante per la protezione dei
dati personali e avviare la procedura. Tramite le impronte digitali (i codici hash) dei contenuti i social riconosceranno quei video e li bloccheranno. Si possono sempre chiedere i danni per la violazione del DSA”.
Che consiglio si sente di dare?
“Prima di tutto non lasciamo soli i bambini o gli adolescenti. Ci vogliono limiti di età per l'uso dei social, limiti orari (niente utilizzo notturno, per esempio), niente cellulare a tavola. Direi che tutto questo funziona e acquista valore se le regole vengono spiegate, condivise e non imposte. Poi direi che è fondamentale dare l'esempio (che uso facciamo noi adulti delle piattaforme? Quali contenuti carichiamo? Cosa diciamo di noi sui social? Cosa condividiamo delle nostre vite?). Poi direi che è importante insegnare fin da piccoli che l'amore sano non mette a disagio e non costringe a prove di nessun genere (“Se non mi mandi la tua foto nuda non ti fidi di me e allora ti lascio”: quante volte si cede per questo e per paura di restare sole?)”.










