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di Michele Razzetti

vanityfair.it, 27 luglio 2025

Mentre Trump costruisce un immaginario basato su dolore ed esclusione, in Italia grazie alla famiglia Fo Alcatraz diventa sinonimo di inclusione, guarigione e un futuro migliore. Non è immediato pensare che oltre alla tristemente nota prigione statunitense, proprio in Italia possa esistere una Libera Università di Alcatraz. Un cortocircuito lessicale che merita qualche spiegazione, perché di fatto quella che sorge in una frazione del paese umbro di Gubbio non è neanche un’università.

No, ma in compenso è stata ed è un sacco di altre cose. Nata alla fine degli anni Settanta come una sorta di comune istituita da Jacopo Fo, figlio del premio Nobel Dario Fo e di Franca Rame, nel tempo ha assunto le forme di un centro culturale sperimentale di tutto rilievo con, tra le molte cose, corsi di teatro tenuti da Fo e Rame e di scrittura creativa - primo nel suo genere in Italia - con Stefano Benni e Dacia Maraini. Successivamente si innesta l’attività ricettiva: un agriturismo diffuso dove si offrono attività piuttosto insolite, come lo yoga demenziale e il watsu, e ci si imbatte in una serie di opere d’arte curiose, in orologi a vento e piste per gigantesche biglie di legno.

Sebbene la vocazione sociale faccia da sempre parte di questo luogo - qui venivano ospitate gratuitamente o a prezzi simbolici molte persone in difficoltà economica o con disabilità fisiche e mentali - da agosto 2025 l’Alcatraz italiana è qualcosa di molto di più. È diventata, infatti, l’epicentro del progetto Kore de Alcatraz, che si propone di aiutare le donne vittime di violenza a riscostruire la propria indipendenza, in un Paese dove solo nel 2024 si sono registrati 113 femminicidi, di cui 99 in contesti dove dovrebbe regnare l’amore come la casa e la famiglia.

E così è in qualche modo rincuorante che mentre oltreoceano, per volere dell’amministrazione guidata da Donald Trump, apre un luogo all’insegna del dolore e dell’esclusione come Alligator Alcatraz, in Italia rinasca un’omonima realtà che parla di inclusione e amore per il prossimo (“la violenza è inutile e soprattutto faticosa” e “anche le formiche hanno i loro diritti” si legge in un vecchio statuto di questo luogo).

La rinascita della Libera Università di Alcatraz - “Questo posto doveva rimanere aperto”: ripete spesso queste parole nel corso della nostra chiacchierata Mattea Fo, nipote di Dario Fo e Franca Rame, e presidente della Fondazione che porta il cognome dei nonni. Già, perché prima dal 2019, anno in cui sono state fermate le attività ricettive, sono stati molti gli anni in cui questo albergo diffuso nella valle di Santa Cristina ha accolto ospiti da tutto il mondo. “Era un parco giochi per me quando ero piccola, il luogo dove venivo a trovare mio papà ma anche per divertirmi”, ci racconta. “All’inizio della guerra per qualche mese abbiamo ospitato qui 26 persone fra donne e bambini dall’Ucraina; così abbiamo realizzato che questo posto doveva continuare a immettere energia buona nel mondo”.

Un’idea che inizia a prendere forma e diventa presto ambiziosa: ad agosto 2025 riapre la parte ricettiva, a ottobre il ristorante, nel 2026 l’intenzione è quella di riattivare l’agricamping. Un anno, quest’ultimo, dalla forte valenza simbolica: proprio nel 2026, infatti, ricorre il centenario della nascita di Dario Fo e per celebrarlo, grazie anche alla collaborazione della Regione Umbria, sono previste rappresentazioni teatrali, mostre, giornate di studio e proiezioni in cento paesi del mondo.

Di progetti simili a questo ce ne sono - per fortuna - molti, ma il modo in cui Mattea e il marito Stefano Bertea intendono gestire la Libera Università di Alcatraz è fuori dall’ordinario. Sì, perché qui, grazie a una collaborazione con Kore, associazione no profit di InterSOS, troveranno un’occasione di rinascita donne - una cinquantina, a pieno regime - che hanno subito violenza e sono approdate nei Centri Anti Violenza.

“In questa decisione sicuramente ha un ruolo il lascito e il vissuto di mia nonna Franca Rame, che nel 1973 fu rapita e violentata da quattro fascisti dietro commissione di un comando dei carabinieri. Le donne vittime di violenza hanno davvero bisogno di progetti che contribuiscano a una vera ricostruzione. Alcune di loro scappano di casa, si nascondono per un periodo in cui non hanno neanche il cellulare e dopo rischiano di tornare dall’ex compagno violento, banalmente perché non hanno alternative. Oppure dai genitori, dove c’è la possibilità che vengano colpevolizzate come donne che non hanno saputo tenersi il marito”.

Consapevoli di questi scenari, Mattea e Stefano vogliono mettere a disposizione un luogo dove le donne, attraverso un lavoro dignitoso e attività formative, possano ricostruirsi con i loro tempi. Servizio di sala, cucina, ma anche produzione etica e trasformazione di prodotti agricoli e sartoriali sono solo alcune delle attività in cui potrebbero essere coinvolte. “Se l’offerta di lavoro per queste donne è solo la fabbrica notturna, ma io ho dei bambini piccoli, come faccio? Qui vogliamo creare un sistema, un circuito virtuoso nel quale abbiano un posto dove formarsi, lavorare e trovare un alloggio nelle vicinanze. E dove intravedere un futuro diverso”.

Da un punto di vista pratico qui arrivano donne che sono state prese in carico dai Centri Anti Violenza. Non solo umbre, ma potenzialmente da tutta Italia. C’è come in tutti i lavori un colloquio e poi si avviano le pratiche per quello che tecnicamente viene chiamato inserimento lavorativo protetto. Una formula nella quale è insita anche una delicatezza e un rispetto - auspicabili in tutto il mondo del lavoro - superiori alla media: “se un giorno non riesci a lavorare, non ti puntiamo un fucile alla tempia”, specifica Stefano.

“Purtroppo il sistema attuale ci porta a pensare che un datore di lavoro che ti permette di prenderti i tuoi tempi in caso di fragilità ti sta mentendo: te lo dice per poi licenziarti”, prosegue Mattea. “Non siamo abituati a fidarci dell’altro al lavoro. Qui proviamo a mettere in pratica un altro modello: lavoriamo tutti per un obiettivo comune e chi lavora è prima di tutto una persona”.

Gli scogli burocratici e le lungaggini non sono trascurabili, ma il progetto prosegue e agosto 2025 vedrà l’ingresso della prima donna vittima di violenza. Quando chiediamo a Mattea Fo come si sente nel sapere che negli Stati Uniti ci sia un posto che porta lo stesso nome di quello della sua famiglia, ci osserva per qualche secondo con il suo sguardo denso di profondità e dolcezza e poi ci spiega che per lei “è allucinante. Però non possiamo mettere la testa sotto la sabbia, ma anzi dobbiamo impegnarci ancora di più a diffondere nel mondo energie buone, anche se siamo lontani: mi piace pensare che un battito di ali di farfalla in Umbria possa generare un uragano - positivo - dall’altra parte dell’oceano”.