di Giacomo Galeazzi
La Stampa, 12 aprile 2026
Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio: “I regimi non si abbattono con le bombe”. “La guerra ha finito per trasformare l’Iran da oppressiva teocrazia khomeinista in regime repressivo e affaristico. Le alleanze sono diventate minuetti in cui si cambia continuamente partner e nessuno è più in grado di garantire la sicurezza internazionale”, dice Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, promotore dei corridoi umanitari dall’Africa e dal Medio Oriente, già ministro per la Cooperazione internazionale e mediatore di pace in Mozambico, Guatemala, Costa d’Avorio. “La terza guerra mondiale a pezzi sta diventando un’unica guerra globale che mette in pericolo la sopravvivenza dell’umanità”.
Chi ostacola ora la pace?
“Leone XIV si rivolge ai popoli e a chi li rappresenta. Si appella ai suoi connazionali affinché facciano pressione sul Congresso per frenare l’inaccettabile escalation bellica di Donald Trump. Il pericolo del crollo del Libano è una catastrofe per il Medio Oriente. Il Libano è più grande del Libano come messaggio e la sua distruzione sarebbe un disastro irrecuperabile anche per Israele. Se il Libano crolla diventa impossibile la convivenza nell’intera area. Fare un deserto di altri attorno allo Stato ebraico cancella ogni equilibrio geopolitico e condanna tutti a una guerra senza fine”.
Che ne sarà del Libano?
“La caduta del Libano sarebbe una sentenza gravissima per il mondo e infatti anche la nuova leadership siriana è subito volata in Germania ed è in contatto costante con Macron. Non c’è stabilità senza le minoranze. Anche i leader musulmani sanno che senza le minoranze saranno trascinati nel fondamentalismo. Serve una grande conferenza per salvare il Libano: con i Paesi del Medio Oriente e le 5 potenze con diritto di veto al consiglio di sicurezza dell’Onu. Una strategia unica di pace dal Golfo a Gaza che abbracci l’Iran e tenga conto della Turchia”.
Come si evita l’escalation?
“Quello libanese è un dramma di lungo periodo. Ricordo Beirut nel 1982, i campi palestinesi di Sabra e Shatila rasi al suolo dagli attacchi delle falangi sotto lo sguardo dell’esercito israeliano. Ho visto il centro della capitale distrutto e nella cattedrale raccolsi un pezzo dell’iconostasi in frantumi e lo consegnai ai melchiti. Questa immagine di distruzione mi accompagna da allora ma il popolo libanese ha sempre saputo rinascere dalle sue ceneri. Il Libano ha oggi un presidente che ha avuto il coraggio delle proprie responsabilità e che si trova a fare i conti con il gravoso problema del disarmo di Hezbollah”.
La situazione peggiorerà?
“È un Paese che ha recuperato coscienza e unità. Il Libano come nazione è un segno di come vivere insieme. Sono riusciti finora a convivere nonostante il mezzo milione di palestinesi che dal 1948 sono lì in una situazione irrisolta. C’è poi un milione di siriani in un Paese con meno di sei milioni di abitanti e oggi con i bombardamenti israeliani i libanesi sono profughi nel loro stesso Paese. Sfollati da Nord a Sud. Bisogna difendere il Libano, se crolla significa che non si può più vivere insieme in Medio Oriente tra cristiani e musulmani, sciiti e sunniti, curdi e iraniani, drusi e siriani”.
Ma Israele la vuole la pace?
“Hezbollah ha fatto parte dell’arco sciita con i suoi tiri mortali su Israele che non ha nulla da guadagnare dalla distruzione del Libano a meno che non voglia il deserto attorno a sé. L’equilibrio raggiunto in Libano non può polverizzarsi. Gran parte degli sciiti, i sunniti e i cristiani difendono insieme l’identità libanese. In questa età della forza il Libano non ha forza militare ma se si perde il Libano è una sentenza grave sul Medio Oriente”.
Quanto incide oggi la Siria?
“Il nuovo leader siriano Ahmed al-Sharaa è stato in Germania e ha parlato con il presidente francese Emanuel Macron. Anche la Siria come il Libano è un Paese mosaico in cui c’è da rispettare lo spazio delle minoranze, è uno Stato da costruire. Anche in quest’ottica il Libano è fondamentale. Ossia non una grande Siria che si mangia il Libano come aveva sognato in alcune fasi Assad ma una vera stabilità della convivenza nell’area”.
Trump è una minaccia?
“Molto sta cambiando e abbiamo bisogno di una sicurezza che nessuno Stato da solo è più in grado di assicurare. I pezzi della terza guerra mondiale si stanno mettendo insieme. La vera civiltà è la scelta di vivere insieme e ciò vale per l’intero Medio Oriente. Vivere con le minoranze è una forma di democrazia. Per la sicurezza del Libano serve una conferenza internazionale con tutti i soggetti coinvolti”.
Quanto incide papa Leone?
“Il Pontefice è stato testimone con il suo primo viaggio di un Libano che risorge. Lancia appelli al mondo ma è anche solo. Interpreta il sentire profondo di chi è colpito dalla guerra ma anche delle opinioni pubbliche europee che assistono interdette a guerre che sembrano rapide ma si eternizzano. A cosa è servito alla Russia il conflitto in Ucraina? A nulla. I bombardamenti in Iran non distruggono il regime ma vite umane. Le guerre oggi non si vincono. L’Afghanistan insegna. Bisogna mettere insieme, negoziare senza condizioni. Le condizioni si pongono nel negoziato per passare dall’età della forza all’età del dialogo. Un pianeta così percosso dai conflitti scoppia”.
Cioè una guerra senza fine?
“Il mondo soffoca senza il dialogo, per la tracotanza dei grandi poteri. Durante la Guerra fredda c’erano canali di dialogo e ci si parlava riservatamente. Oggi i conflitti sono commentati come il calcio. Tutto è pubblico ed enfatizzato: le parole fanno parte della guerra. Serve la lingua del dialogo. Siamo condannati a vivere insieme, l’altro non si può distruggere”.











