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di Gennaro Grimolizzi

Il Dubbio, 1 agosto 2026

Cosimo Palumbo (Osservatorio misure di prevenzione Camere penali) lancia l’allarme sul decreto che adegua l’Italia al Regolamento Ue. Lo schema di decreto legislativo con il quale l’Italia si adeguerà al Regolamento Ue (AI Act), nella parte in cui è previsto per le forze dell’ordine l’impiego dei sistemi di Intelligenza artificiale volti al riconoscimento facciale, ha sollevato polemiche e perplessità tra i partiti, ma anche tra i giuristi. Alcuni passaggi parlamentari hanno consentito di modificare il testo in chiave più “garantista”, dopo che l’Unione europea ha espresso timori per il carattere invasivo di certi strumenti collegati all’IA richiamati nello schema del d.lgs. L’intervento è avvenuto con un parere votato nelle Commissioni Giustizia e Affari costituzionali della Camera, basato su alcuni punti proposti da Forza Italia. “Il riconoscimento facciale - ha detto il presidente dei deputati di FI, Enrico Cosa - è uno strumento investigativo fondamentale, ma deve essere accompagnato da regole che assicurino trasparenza, controllabilità, rispetto della privacy e dei diritti delle persone”.

A lanciare l’allarme sulla compressione di una serie di diritti con l’utilizzo dell’algoritmo per il riconoscimento facciale è l’avvocato Cosimo Palumbo, responsabile, unitamente all’avvocato Fabrizio Costarella, dell’Osservatorio misure di prevenzione dell’Unione Camere penali. “Un sistema democratico - dice al Dubbio Palumbo - è necessariamente basato sull’equilibrio tra i poteri dello Stato. E l’autorità giudiziaria è l’unico potere che può limitare la libertà personale e garantire la tutela dei diritti di tutti i cittadini. La ripartizione di poteri è fondamentale in democrazia. I diritti, come quelli di circolazione e di proprietà, possono essere limitati solo con provvedimento della autorità giudiziaria. Quest’ultima autorizza determinate operazioni di indagine, penso alle intercettazioni, poi eseguite dagli organi di polizia, ma sempre sotto il controllo del giudice”.

L’avvocato Palumbo invita a riflettere in merito alla tendenza di far prevalere la prevenzione: “Ciò che sta accadendo in questi ultimi mesi è l’affermarsi di iniziative legislative sempre più improntate a riconoscere potere autonomo di accertamenti probatori o presunti tali, tramite la raccolta di dati sensibili dalle forze di polizia, senza una preventiva autorizzazione e controllo da parte del giudice, a cui si aggiunge l’irruzione a gamba tesa dell’Intelligenza artificiale. Quello che si sta verificando è la fusione tra diritto penale e diritto di prevenzione. Forse, sarebbe più corretto parlare di un processo di sostituzione del processo penale con un’azione preventiva nella competenza esclusiva delle forze di polizia”.

Nella prevenzione sempre più centrale e in tempo reale svolgono un ruolo alcuni strumenti di cui si sente parlare ancora poco. “Molti non sanno - osserva Cosimo Palumbo - che da tempo la polizia dispone di un sistema di polizia predittiva, un software denominato “Giove”, basato su un algoritmo in grado di incrociare i dati di tutte le forze dell’ordine per prevenire e reprimere i reati di maggiore impatto sociale, mediante l’osservazione di fattori critici ricorrenti e con l’applicazione di algoritmi legati all’etnia, all’orientamento sessuale, al credo religioso, alle condizioni economiche e altre caratteristiche individuali. Stante il pregiudizio selettivo che ciascuna delle condizioni reca con sé, questo sistema non pare essere un criterio affidabile sul quale poter prevedere le future azioni delle persone. Il fermo preventivo di polizia, approvato con qualche mese fa con decreto legge, prevede il controllo dell’autorità giudiziaria, peraltro del solo pubblico ministero. Tale controllo interviene successivamente all’adozione del fermo, che rappresenta una limitazione della libertà personale. La nostra Costituzione prevede che qualsiasi restrizione della libertà personale possa avvenire solo con atto motivato dell’autorità giudiziaria. In questo contesto, caratterizzato dall’uso dell’Intelligenza artificiale, si inserisce l’ultima iniziativa legislativa quale è l’approvazione di uno schema di decreto che stabilisce nuove regole per le attività di polizia, tra cui la registrazione dei dati biometrici per consentire il riconoscimento facciale a posteriori di persone che si siano recate in luoghi interessati da esigenze di ordine pubblico, come può essere una manifestazione politica ma anche lo stadio”.

Ma dove vanno a finire i dati selezionati? “I dati - spiega Palumbo - a quanto pare di capire, verranno conservati negli archivi delle forze dell’ordine, senza necessità di alcuna autorizzazione preventiva da parte del giudice e senza possibilità di controllo sulla affidabilità delle informazioni raccolte. Un gigantesco archivio controllato solo dalle forze di polizia che necessariamente selezionerà chi perseguire e chi no. Siamo di fronte ad uno strumento formidabile di controllo di massa, dove un indiscriminato controllo preventivo vorrebbe impedire i reati prima che avvengano, ma che finisce per certificare una preoccupante deriva verso uno Stato di polizia. Uno Stato in cui, sull’altare della sicurezza pubblica, si finisce per sacrificare i diritti e le libertà fondamentali. Esattamente il contrario dello Stato di diritto, in cui l’accertamento di responsabilità penale si basa su certezze al di là di ogni ragionevole dubbio come prevede il codice di rito”.

L’introduzione del controllo biometrico apre, dunque, le porte ad un futuro distopico, che si appresta a diventare realtà, come quello descritto in Minority report. “Nel libro capolavoro di Philip Dick - conclude l’avvocato Palumbo - squadre specializzate di polizia predittiva possono privare della libertà personale i soggetti ritenuti pericolosi sulla base di pregiudizi algoritmici e senza un processo che accerti il reato e la responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio, in cui il giudice non è elemento necessario. Nel film di Steven Spielberg, tratto dal libro di Philip Dick, vi è un illuminante dialogo tra Iris Hineman che ha inventato la precrimine e John Anderton, interpretato da Tom Cruise. “Un sistema giudiziario che infonde il dubbio non lo vuole nessuno, anche se è ragionevole è pur sempre un dubbio, è chiaro”, dicono. Una condizione che purtroppo pare il comune sentire di questi tempi in cui, anziché affidarsi al dubbio per superarlo, si preferisce una “rassicurante” compressione dei diritti e delle garanzie. Se questo è lo scenario verso cui stiamo consapevolmente o meno correndo, credo che vada ancora ripreso ciò che scriveva Philip Dick: “Non siamo liberi, non lo siamo mai stati, ma ora ne siamo coscienti”“.