di Francesca Scopelliti*
Il Dubbio, 18 marzo 2022
La data del giorno della memoria dovrebbe coincidere con il 17 giugno, giorno in cui Tortora venne arrestato nel 1983. Primo Levi diceva “chi dimentica il passato è condannato a riviverlo”, una frase che fa il paio con il titolo di un libro di Leonardo Sciascia “A futura memoria (Se la memoria ha un futuro)”: in sostanza due inviti a non dimenticare gli errori del passato proprio per preparare un futuro migliore. Sono passati 39 anni da quando Enzo Tortora venne arrestato per associazione camorristica e spaccio di droga. Innocente.
Lui ne morì, nessuno pagò e nessun altro prese quel caso per studiarne le cause e stabilirne la cura. Non si è voluto ricordare, non si è voluto rimediare. E gli errori giudiziari sono arrivati oggi a cifre insopportabili per uno stato di diritto: circa 30mila in 30 anni.
È mancata la memoria. E non solo. Ecco perché l’istituzione della giornata in memoria delle vittime della giustizia portata avanti con caparbia volontà dal presidente della Commissione Giustizia del Senato, Andrea Ostellari, insieme al suo collega Francesco Urraro, è cosa buona e giusta. Fonte di saggezza “politica”.
Il 17 febbraio di 30 anni fa l’Italia entrava nella stagione di Mani Pulite, un’operazione politico- giudiziaria che grazie ad una provvidenziale sudditanza mediatica, ha rivoluzionato le nostre istituzioni. A trent’anni da Mani Pulite, sarebbe meglio dire “di” Mani Pulite, il panorama politico è cambiato molto, ma quello giudiziario no, perché il “sistema” è sempre quello della squadra del magistrato Francesco Saverio Borrelli. È sempre quello raccontato da Palamara ad Alessandro Sallusti.
Dopo l’assoluzione, Enzo Tortora rientrò in Rai e disse al suo pubblico “Dunque dove eravamo rimasti”. Chiediamocelo oggi e la risposta è drammatica.
All’epoca del maxi blitz napoletano, davanti alle nefandezze dei procuratori Felice di Persia e Lucio di Pietro, c’era un Paese in grado di reagire e interagire. Al giornalismo antropofago di tanti quotidiani, con la firma anche di qualificati (ahimè!) giornalisti, si contrapponevano le autorevoli testimonianze di Leonardo Sciascia, Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Indro Montanelli, Piero Angela intellettuali capaci di “sporcarsi le mani”. Oggi prevale il principio “che non ci sono innocenti in carcere ma solo colpevoli che la fanno franca”. Oggi prevalgono i social che intossicano il Paese: parole e immagini che uccidono la dignità, la reputazione, il buon nome di chicchessia e che sfociano nella sguaiatezza delle inchieste televisive.
A conferma che stiamo vivendo un momento sociale, politico, etico e culturale molto triste. A conferma che il sistema giustizia necessita di una revisione che non credo si possa affidare al Parlamento, troppo spesso letargico, pavido, incapace di intervenire su materie sensibili e rilevanti come quelli della giustizia, troppo spesso critico e mugugnante verso le riforme della ministro Cartabia. Quasi ad indicare una sua (con le dovute eccezioni) subalternità alla magistratura. E questo è il motivo principale per lasciare i temi referendari al voto dei cittadini, senza se e senza ma.
A chi dice che - essendo i quesiti “concessi” dalla Consulta meno popolari, più tecnici, di minor presa mediatica - sarà difficile raggiungere il quorum, dico che un politico di razza non può desistere, arrendersi, rinunciare prima ancora di provare. Anche difronte ad una sfida difficile come questa.
Marco Pannella non l’avrebbe fatto. Enzo Tortora non si sarebbe tirato indietro. Anzi. Come diceva John Beluschi, “quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”. A chi dice che le materie affrontate nel referendum si possono risolvere in Parlamento dico che mente sapendo di mentire e nasconde una verità amara che non dovrebbe appartenere alla sinistra italiana: vale a dire, togliere il diritto referendario ai cittadini per non infastidire la magistratura.
A chi dice che i testi sono impropri, scritti male, inadeguati a risolvere il problema, be’, dico che è un pretesto: i testi si possono correggere, migliorare, perfezionare, sviluppare. Durante il mio mandato parlamentare, non ho mai visto l’approvazione di una legge scritta bene... E infatti approvata la legge c’era bell’e pronta una norma di interpretazione autentica.
Quindi con i referendum “avanti a tutta dritta”, ma anche con la giornata dedicata alle vittime della giustizia, per un futuro che non può dimenticare il suo passato. La memoria serve a ricordare, evita di fare gli stessi sbagli, indica la strada giusta da perseguire. La memoria è emozione perchè tutti cresciamo nel ricordo, che rappresenta la storia più importante della vita di ciascuno.
E proprio per un ricordo appropriato, la data del giorno della memoria delle vittime della giustizia dovrebbe coincidere con il 17 giugno, giorno in cui Tortora venne arrestato nel 1983. Una data simbolica, ma aggiungerei anche un nome “simbolo”, per dare a questa data una memoria più forte, più concreta, più pregnante, per raccogliere, nel nome di Enzo Tortora, tutte le vittime della giustizia. Non una celebrazione bensì la consegna al suo nome, alla sua storia, la forza di quel ricordo e alla giornata una intensità, una validità ancora più efficace.
Una proposta che, sono certa, è condivisa dai tanti amici che - vittime della giustizia - sarebbero ben felici di farsi rappresentare da Enzo Tortora, quell’uomo “antipatico” perchè troppo “perbene”, “colpevole” perché troppo “innocente”.
*Presidente Fondazione per la giustizia Enzo Tortora











