di Alberto Iannuzzi
Il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2026
L’istituzione della Giornata nazionale dedicata ad Enzo Tortora, approvata dalla Camera dei deputati, rappresenta un’occasione importante per riflettere sul significato dell’errore giudiziario e sul dovere dello Stato di impedirlo. Enzo Tortora è, senza dubbio, il simbolo di una delle pagine più dolorose della giustizia italiana: un uomo arrestato, umiliato e condannato in primo grado sulla base di accuse rivelatesi poi del tutto infondate. Quella vicenda ha lasciato un segno profondo nel nostro ordinamento. Negli anni successivi il legislatore ha progressivamente rafforzato le garanzie dell’imputato, consolidando un sistema nel quale la presunzione di innocenza, il diritto di difesa ed il principio del “ragionevole dubbio” costituiscono pilastri irrinunciabili.
Il problema nasce quando il caso Tortora viene evocato come giustificazione per pretendere un continuo e ingiustificato ampliamento di garanzie difensive, quasi che il rischio dell’errore possa essere eliminato rendendo il processo sempre più complesso, lento e difficile da concludere. È un equivoco pericoloso. Se l’errore giudiziario consiste in una decisione dell’autorità giudiziaria che si rivela ingiusta, in quanto causa di una condanna o di una misura restrittiva nei confronti di una persona riconosciuta all’esito del giudizio definitivo non responsabile, esiste anche un errore speculare, spesso meno visibile ma altrettanto grave: l’assoluzione di chi ha commesso un reato, perché non è stato possibile acquisire una prova, o perché le indagini sono state svolte in modo incompleto. Anche questo è un fallimento della giustizia.
Ogni archiviazione determinata da indagini lacunose, ogni assoluzione pronunciata non perché sia stata accertata l’innocenza dell’imputato, ma perché lo Stato non è riuscito a dimostrare la responsabilità, rappresenta una sconfitta per la collettività, e soprattutto per le vittime dei reati. Pensiamo, solo per fare un esempio, ai procedimenti per le stragi che hanno funestato il nostro Paese, nei quali sono stati individuati, al massimo, solo alcuni degli esecutori materiali. Certo, la regola dell’assoluzione nel dubbio è irrinunciabile, ma il dubbio non dovrebbe nascere dalla inadeguatezza delle indagini o dalla mancanza di strumenti processuali di accertamento. Si tratta di una regola sacrosanta, che tutela la libertà di tutti.
Ma proprio per questo lo Stato ha il dovere di fare tutto ciò che è possibile per evitare che il dubbio sia il risultato di indagini superficiali, incomplete ovvero ostacolate. È qui che il dibattito pubblico appare spesso sbilanciato. Si parla molto delle garanzie dell’imputato, molto meno del diritto delle vittime e della collettività ad ottenere un effettivo accertamento della verità. Eppure il processo penale non nasce per evitare condanne ingiuste, ma per accertare i fatti ed individuare i responsabili dei reati. Una giustizia incapace di accertare la verità non è accettabile.
Ciò vale, in particolare, per alcuni reati gravi, ma difficili da dimostrare, come la corruzione, lo scambio elettorale politico-mafioso, i delitti di criminalità organizzata e i reati contro la pubblica amministrazione. Si tratta di reati che non lasciano prove evidenti, perché vengono commessi con accordi occulti. Pretendere di accertarli senza mettere a disposizione degli investigatori strumenti efficaci significa, di fatto, rinunciare a perseguirli. E allora, intercettazioni, indagini patrimoniali e moderne tecniche investigative non possono rappresentare una minaccia alle libertà individuali quando sono disciplinati dalla legge e sottoposti al controllo dell’autorità giudiziaria; diventano, invece, strumenti indispensabili ed irrinunciabili affinché il principio del ragionevole dubbio operi su un quadro probatorio completo e non sia conseguenza di un’attività investigativa resa deliberatamente inefficace.
La lezione del caso Tortora consiste, a mio avviso, non nell’impedire l’utilizzo di alcune prove, come le dichiarazioni dei pentiti, ma nel pretendere che ogni accertamento sia svolto con rigore, imparzialità e nel pieno rispetto delle regole processuali. Garantire i diritti della difesa e l’efficacia delle indagini non sono obiettivi alternativi: sono le due condizioni indispensabili perché il processo possa davvero assolvere alla sua funzione costituzionale. La giustizia, perciò, deve avere sempre il coraggio del dubbio e la capacità di ritornare sui propri passi, ma deve anche essere posta nelle condizioni di accertare compiutamente i fatti, in modo che le sentenze possano fondarsi sulla valutazione delle prove necessarie, non sui deficit probatori che sarebbe stato possibile colmare. Solo così il processo rimane fedele alla sua missione: tutelare la libertà degli innocenti senza rinunciare ad accertare la verità dei fatti e la responsabilità di chi ha violato la legge.










