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di Giuseppe Salvaggiulo

La Stampa, 24 marzo 2022

Conflitto tra poteri sulle intercettazioni Ferri-Palamara. “Il Parlamento nega l’utilizzo e ripristina un privilegio”. “La sezione disciplinare ritiene che la Camera dei deputati abbia esercitato in maniera non corretta le proprie attribuzioni e abbia illegittimamente interferito sull’esercizio delle funzioni giurisdizionali di questa sezione disciplinare.

Di qui la decisione di sollevare conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato nei confronti della Camera”. Csm contro Parlamento, dunque, in un conflitto tra poteri al massimo livello, sollevato davanti alla Corte costituzionale con argomenti molto duri, che comprendono l’accusa di aver ripristinato sotto mentite spoglie “il privilegio” dell’immunità parlamentare.

La posta in gioco è la possibilità di processare Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa e deputato di Italia Viva, per la sua partecipazione all’incontro notturno dell’hotel Champagne l’8 maggio 2019, in cui discuteva delle nomine giudiziarie con Luca Palamara (all’epoca pm della Procura di Roma), Luca Lotti (deputato del Pd, in cui all’epoca militava anche Ferri) e cinque magistrati in quel momento membri del Consiglio superiore della magistratura (eletti nelle correnti di Ferri e Palamara, Magistratura Indipendente e Unicost), dimessisi dopo lo scoppio dello scandalo.

Il dopocena nella hall dell’albergo si inseriva in una guerra politico-giudiziaria in corso da mesi per il controllo di alcune Procure. In primis quella di Roma, a cascata Perugia e Firenze. Palamara era interessato a diventare procuratore aggiunto a Roma ed era indagato a Perugia per corruzione; Lotti era imputato a Roma per il caso Consip e indagato a Firenze per la fondazione Open.

Ferri non aveva un interesse personale, ma uno strategico ruolo politico-giudiziario derivante dalla doppia veste di capocorrente di magistrati e uomo politico vicino all’ex premier Matteo Renzi (inputato a Firenze, mentre il padre lo è per diverse ragioni a Roma e Firenze). Il trio mirava alla nomina a Roma di Marcello Viola, procuratore generale di Firenze. A un procuratore compiacente a Perugia, per gestire l’indagine su Palamara e aprirne una sul procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo, che indagava su Lotti (“Serviva uno che mi facesse nero”, ha dichiarato testimoniando recentemente a Perugia). A un nuovo procuratore a Firenze, non ancora identificato ma certamente “amico” (così è scritto in un appunto dell’avvocato renziano Alberto Bianchi), agevolando la dipartita di Giuseppe Creazzo, che indagava sul “giglio magico”.

Per quella vicenda, stigmatizzata più volte dal presidente della Repubblica come sintomo di “modestia etica”, si sono già svolti diversi processi disciplinari. Palamara è stato radiato dalla magistratura con sentenza del Csm confermata dalla Cassazione. I cinque membri del Csm convenuti all’hotel Champagne sono stati condannati alla sospensione da funzioni e stipendio per un tempo lungo, da 9 a 18 mesi (sanzione massima dopo la radiazione). Altri processi, una ventina circa, si sono conclusi con condanne o sono in corso a carico di altri magistrati in vario modo coinvolti nelle manovre sulle nomine.

In relazione alla riunione dell’hotel Champagne, a Ferri sono contestati due capi di incolpazione di “violazione dei doveri di correttezza ed equilibrio per aver tenuto un comportamento gravemente scorretto sia nei confronti del Csm, idoneo a influenzarne l’attività in modo occulto, sia nei confronti dei candidati alla Procura di Roma, avendo precostituito e concordato fin nei dettagli la strategia per la nomina di Viola, enfatizzandone il profilo professionale”.

Un terzo capo di incolpazione riguarda “l’uso strumentale della propria qualità e posizione per condizionare le funzioni costituzionali del Csm”. Si tratta di contestazioni analoghe a quelle di Palamara e degli altri cinque ex consiglieri.

Il processo disciplinare a Ferri (su cui non risultano indagini penali) è stato rallentato da una caterva di ricusazioni di giudici della sezione disciplinare e di eccezioni preliminari presentate dal suo avvocato, Luigi Panella. Poi è venuto al pettine il nodo intercettazioni, essendo il processo basato in modo pressoché esclusivo sulle conversazioni intercettate dal telefono di Palamara, su cui la Procura di Perugia aveva inoculato il captatore informatico chiamato trojan.

Procura, giudice dell’udienza preliminare, Csm e Cassazione hanno finora respinto tutte le obiezioni sull’utilizzo delle intercettazioni in sede penale e disciplinare.

La questione per Ferri ha una particolare delicatezza, trattandosi di un parlamentare, a cui la Costituzione garantisce una riservatezza rafforzata. Il Csm ha ritenuto che Ferri sia stato intercettato casualmente, in quanto conversava con Palamara, dunque in modo non illegittimo.

E ha chiesto alla Camera di poter utilizzare quattro conversazioni (notturne) del maggio 2019. Ferri ha obiettato che le intercettazioni erano in realtà non casuali, perché egli era nel mirino della Procura di Perugia che lo pedinava e ascoltava abusivamente da mesi, utilizzando Palamara come “cavallo di troia”. La Camera ha accolto la sua tesi, negando al Csm l’uso delle intercettazioni.

A quel punto il Csm si è trovato di fronte a tre opzioni: continuare il processo senza intercettazioni (strada impervia, i possibili testimoni della riunione dell’hotel Champagne sono i presunti complici di Ferri); dichiarare chiuso il processo, come richiesto da Ferri; contestare la decisione della Camera davanti alla Corte costituzionale, come richiesto dalla Procura generale della Cassazione.

Ha scelto la terza strada. L’ordinanza è firmata dal presidente-relatore della sezione disciplinare, il costituzionalista fiorentino Filippo Donati. Secondo il Csm, le intercettazioni erano fortuite, quindi legittime e utilizzabili. E la Camera si è arrogata un potere di valutazione processuale che non le compete, strumentalizzando il richiamo alle garanzie costituzionali per fornire a un suo membro un’immunità non prevista dalla Carta.

Diversi gli argomenti. Primo: “Ferri non è mai stato inserito nel perimetro dell’attività investigativa della Procura di Perugia, circostanza di estrema rilevanza irragionevolmente trascurata dalla Camera”. Secondo: “Tutti i provvedimenti giurisdizionali, di cui la Camera non ha tenuto conto, hanno escluso che le captazioni fossero volte ad accedere nella sfera di comunicazioni di Ferri”. Terzo: “Tenuto conto di tipologia e scarsità (16 in due mesi), i contatti e le frequentazioni tra Ferri e Palamara non sono indice dell’orientamento mirato dell’indagine”. Quarto: le conversazioni in cui si organizzava la riunione dell’hotel Champagne, con la partecipazione di Ferri, fu ascoltata dal Gico della Guardia di Finanza il giorno dopo, quando l’incontro era già avvenuto e quindi troppo tardi per poter spegnere il trojan.

Quinto: “La ricorrenza del nome Cosimo quale abituale interlocutore di Palamara non è sufficiente a dimostrare l’intento degli investigatori di captare le conversazioni di Ferri”.

Piuttosto, il Csm censura che la Camera si sia occupata di aspetti tecnici delle intercettazioni, “su cui non le compete alcuna valutazione, essendo irrilevanti” ai fini della decisione sulla casualità. “Considerazioni del genere sembrano volte a mettere in discussione la legittimità dell’indagine svolta sotto profili, che però non compete alla Camera valutare”.

Così facendo, il Parlamento “esorbita dalle proprie attribuzioni, trasformando di fatto la garanzia posta dalla Costituzione in un privilegio di status, con evidente eccedenza rispetto alla previsione costituzionale e travalicando il perimetro della valutazione a essa spettante”. Per salvare Ferri, dunque, la Camera avrebbe sostanzialmente “processato” la Procura di Perugia, attribuendole gravi violazioni processuali, se non il reato di aver surrettiziamente indagato su un parlamentare.

Il processo viene sospeso in attesa della pronuncia della Corte costituzionale. Che nei prossimi mesi dovrà pronunciarsi anche sul diverso, ma parallelo, conflitto di attribuzione sollevato dal Senato contro la Procura di Firenze, su sollecitazione di Renzi. Il tema, anche in quel caso, è l’asserita violazione delle garanzie parlamentari, per alcune comunicazioni scritte di Renzi acquisite dalla Procura su computer e telefoni di altre persone perquisite nell’indagine sulla fondazione Open.

A distanza di tre anni, il fantasma dell’hotel Champagne aleggia ancora sul Csm. La vicenda è stata ripetutamente evocata nella discussione del parere sulla riforma Cartabia, con toni anche ruvidi, come quando Giuseppe Cascini, procuratore aggiunto a Roma e consigliere di Area, ha parlato della presenza di “cappucci”.