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di Osservatorio Carcere UCPI

camerepenali.it, 28 gennaio 2025

L’anno appena passato e l’anno da poco iniziato impongono una fase costituente parlamentare per ridare piena costituzionalità al carcere, nel rispetto della dignità dei detenuti. Se qualcuno immaginava che bastasse tirare a campare fino al 31 dicembre 2024 per vedere, d’un tratto, risolte le criticità delle nostre carceri, si sbagliava di grosso. Quasi si trattasse solo di una congiunzione astrale sfavorevole, pronta a svanire allo scoccare della mezzanotte finale di questo anno maledetto. Ci ritroviamo, in realtà, ancora una volta, ad osservare, sgomenti e inorriditi, la lunga scia di morte che ha segnato, e segna, indelebilmente le carceri, gettando discredito sulla democrazia, sulle istituzioni, sul nostro Paese.

Già dopo i primi festeggiamenti per l’arrivo del nuovo anno, è giunta la notizia del primo suicidio del 2025. E così di giorno in giorno, senza fine. Il 2024 delle carceri sarà ricordato per i suoi record negativi. Cifre da fare accapponare la pelle. Il numero più alto di suicidi mai registrato (90) che, unitamente ai decessi per altre cause o per cause da accertare, ha toccato la vetta di 246 unità. In assoluto il numero più alto di morti “in e di” carcere dal 1992, anno in cui si verifica l’improvviso raddoppio, in Italia, della popolazione detenuta. Più di 2.000 tentativi di suicidio, 13.000 atti di autolesionismo. E già il 2025 promette davvero male, considerato che, nello stesso scorcio iniziale del 2024, si contavano solo 4 suicidi a fronte degli attuali 9. Dal 1° gennaio, tra i detenuti, 3 suicidi a Modena, 2 a Cagliari, 1 a Paola, 1 a Regina Coeli, 1 a Sollicciano, 1 alla Rems di Avellino, oltre ad 1 operatore penitenziario sempre a Paola. Il tasso di sovraffollamento continua la sua sfrenata corsa verso i limiti già sanzionati dalla CEDU con la sentenza Torreggiani, con 15.000 detenuti in più rispetto ai posti disponibili.

Una catastrofe che connota sempre più il nostro sistema carcerario come disumano e degradante. Tuttavia, si preferisce tirare a campare, mentre i detenuti tirano le cuoia. Il Presidente del Consiglio, nella conferenza stampa di inizio anno, su specifica domanda, ancora una volta propina una ricetta, da un lato, stantia, dall’altro, inefficace: l’ampliamento di nuovi spazi detentivi per un numero pari a 7.000 posti entro la fine del 2027. Eppure, negli ultimi tre anni (2021/2024) il numero dei detenuti presenti è cresciuto di 8.000 unità, mentre i posti disponibili sono diminuiti, nello stesso periodo, di almeno 1.000 unità.

Se questo trend si confermerà in futuro, senza l’adozione di interventi straordinari davvero deflattivi, rischiamo di ritrovarci alla fine del 2027 con almeno 30.000 detenuti in più rispetto ai posti detentivi disponibili, nonostante lo sbandierato progetto edilizio governativo.

Dinanzi alla colpevole riluttanza dell’esecutivo di voler affrontare, in maniera efficace, le condizioni critiche del carcere, non rimane che appellarsi ai parlamentari nazionali, espressione massima della sovranità popolare.

Proprio nell’anno in cui Papa Francesco, aprendo per la prima volta nella storia giubilare una Porta Santa al carcere di Rebibbia, ha inteso dedicare ampio spazio di riflessione alle condizioni degradate dei detenuti, che “sperimentano ogni giorno, oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo, le restrizioni imposte e, in non pochi casi, la mancanza di rispetto”. Nell’anno giubilare in cui i Governi tutti, a partire dal nostro, sono chiamati alla responsabilità delle proprie scelte per restituire, attraverso “forme di amnistia o di condono della pena”, speranza, fiducia e reinserimento sociale.

Solo un sussulto parlamentare può arrestare l’inesorabile declino del nostro sistema penitenziario, attraverso un serrato e franco dibattito pubblico, teso ad individuare le più opportune riforme strutturali dell’esecuzione penale, accompagnate da un inevitabile provvedimento di indulto, per ridare, così, a chiusura di una ineludibile fase costituente, un senso di equilibrio, di stabilità, in poche parole, la piena costituzionalità al carcere, affrancandolo dalla condizione drammatica di “cimitero dei viventi”.