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di Lucia Castellano

La Stampa, 14 dicembre 2022

Scongiurare le pene detentive e ripensare la gestione degli ospiti è l’unica via per ridare loro dignità. Solo opportunità formative e di contatto con il territorio possono rendere sensato quel tempo.

Quale senso può avere essere alla testa di un’istituzione che, nel quotidiano svolgersi della vita “intramoenia”, quella dietro il muro di cinta, sembra tradire il fine che le è stato assegnato dalla Costituzione, ovvero tendere alla rieducazione dei propri ospiti? È la domanda che mi pongo dal 1991, quando ho cominciato il mestiere di direttore penitenziario.

Da agosto 2022 sono responsabile degli istituti di pena della Campania (6.777 detenuti su 56.524, distribuiti in 15 istituti di pena) e, dopo una parentesi di 11 anni (di cui 6 nel settore probation), sono tornata a lavorare, appunto, “intramoenia”. E la domanda è sempre la stessa. È un po’ come un ospedale che non cura e una scuola che non insegna… e certo non per l’inadeguatezza di chi governa e gestisce le carceri, anzi.

Noi tutti, a ciascun livello, confessiamo l’uno all’altro l’impotenza di trovarci all’interno di un sistema più grande di noi, difficile da cambiare, a volte anche da governare. Donatella Stasio e Mauro Palma descrivono con chiarezza e profondità di pensiero le ragioni di questa distanza tra norme e prassi, principi costituzionali e quotidianità mortificanti: l’isolamento, l’invivibilità dei luoghi, la mancanza di connessione con il territorio.

Ancora, un sottile mandato del mondo dei liberi: in fondo se la sono cercata, che stiano lì, nella rancorosa indifferenza degli altri. L’isolamento e la mortificazione della dignità è dunque connessa alla condizione di colpevole? Provo ad aggiungere qualche riflessione, alla luce della mia recente, ritrovata consuetudine con questo mondo, sia pur con un diverso ruolo. Devo premettere che a mio avviso l’insensatezza del carcere va combattuta riducendo drasticamente il ricorso a questa forma di risposta punitiva.

Oggi, grazie anche alla riforma Cartabia, abbiamo tutti gli strumenti per farlo. Sotto i 4 anni di pena, in carcere non ci si dovrebbe finire, in sintesi. Sappiamo anche che così non è, ci sono migliaia di persone che devono scontare anche solo un anno e sono dentro. I 15 istituti di pena della mia regione soffrono di gigantismo (il “monstrum” è rappresentato da Poggioreale, con i suoi 2.150 ospiti), e di nanismo (penso a Eboli, che ne ha solo 37).

Con tutta la buona volontà possibile riesce davvero difficile garantire condizioni di vita dignitose e una quotidianità costituzionalmente orientata a più di 2.000 persone recluse in un unico posto, per di più dagli spazi estremamente angusti. Gli altri istituti vanno dai 1.254 ospiti del Centro Penitenziario di Secondigliano, agli 847 di Santa Maria Capua Vetere e poi a scendere (500 a Salerno e ad Avellino, 375 a Benevento, 361 a Carinola, fino a raggiungere i 55 detenuti di Arienzo e i 37 di Eboli).

La distribuzione dei detenuti, l’organizzazione di circuiti detentivi che consentano una vita dignitosa e un contatto costante con il territorio è impresa titanica, ma è il primo elemento su cui si misura il senso e la dignità della carcerazione. Significa provare a dare un’identità, non solo nominale ma anche sostanziale a ciascun istituto, pretendendo, innanzitutto, una distribuzione omogenea di persone all’interno (non troppe, né troppo poche) e poi un’offerta potente di opportunità lavorative, formative e di contatto con il territorio, che renda sensato il tempo detentivo.

Perché è difficile? Torno alle parole di Donatella: molti istituti di pena sono pensati come “non luoghi” costruiti in mezzo al nulla (è il caso di Santa Maria Capua Vetere, della Casa di Reclusione di Carinola); un istituto come Sant’Angelo dei Lombardi, noto per il proliferare di attività di ogni genere e per la qualità della vita intramoenia, non è raggiungibile se non con l’auto.

La sfida per una ritrovata identità parte dunque dal territorio, dalla capacità di creare collegamenti adeguati, che consentano di raggiungere l’istituto come qualsiasi altra istituzione cittadina, di stimolare le agenzie pubbliche e private a partecipare alla vita del carcere, a fruire della risorsa che ciascun detenuto rappresenta e, a loro volta, a mettere a disposizione le proprie risorse in favore dell’istituto di pena (scuola, attività culturali, sportive ecc.).

Se questo legame non si crea, avremo delle monadi, più o meno abitate, al cui interno si consuma un tempo insensato, per chi le abita e per chi lavora al loro interno. Il rapporto tra carcere e territorio deve essere quello di due vasi comunicanti, o non se ne esce. In tale direzione, Donatella lo descrive bene, si avvia virtuosamente la cittadella penitenziaria di Santa Maira Capua Vetere, costruita senza l’allaccio dell’acqua potabile nel 1996 e per troppo tempo abbandonata; oggi, grazie alla fatica della direzione e degli operatori tutti, l’istituto si apre al territorio, con cui collabora con intelligenza e visione, cercando reali sbocchi lavorativi che rispondano alla domanda espressa dalla comunità dei liberi. E l’aria è cambiata.

Da sempre sostengo che il carcere “si respira”. E quando langue nell’isolamento lo si avverte negli sguardi di chi ci lavora e di chi ci abita, nella freddezza spettrale dei corridoi, nella spersonalizzazione dell’identità che porta così spesso, purtroppo, al suicidio.

Lavorare sul sistema regione è dunque la prima, difficile sfida, che consiste nel tentativo di ridurre il numero di ospiti a Poggioreale (dove, proprio oggi, si è consumato l’ultimo suicidio, un ragazzo di 30 anni detenuto per spaccio, fine pena 2026) e di proporre, calibrando bene esigenze di sicurezza e di reinserimento sociale, percorsi detentivi quanto più possibile disegnati sulla storia delle persone detenute.

È sfidante, e difficile, anche programmare ristrutturazioni degli edifici detentivi che offrano una ritrovata dignità del quotidiano: il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ci ha dato indicazioni precise in tal senso, e anche fondi. In tali operazioni, vale la stessa collegialità e condivisione di obiettivi con il territorio che ho tentato di descrivere prima.

È importante che i Provveditorati alle Opere Pubbliche, le Sovrintendenze ai Beni Culturali siano parte attiva del percorso, condividendo l’emergenza umanitaria rappresentata da un posto come Poggioreale, ad esempio. È imprescindibile l’abbandono di qualsiasi forma di burocrazia difensiva, favorendo la snellezza e la velocità delle procedure.

Infine, va costruita una quotidianità penitenziaria che riduca al massimo l’afflittività aggiuntiva, fatta di giornate sempre uguali, di regole non spiegate e spesso incomprensibili, di mancanza di scopo e di prospettiva del tempo detenuto. E questa deprivazione si legge anche negli sguardi degli operatori, della polizia penitenziaria e dell’area educativa.

Quando invece esiste un progetto, sono gli stessi poliziotti che te lo spiegano, te lo raccontano con orgoglio. E questo dà un senso anche al tempo lavorativo, naturalmente. Nelle mie visite negli istituti campani, il poliziotto che mi mostra il tenimento agricolo e la produzione del miele, quello che con orgoglio mi porta a vedere la sezione che ha appena ristrutturato insieme ai detenuti che lavorano alla manutenzione del fabbricato, mi fanno pensare che la strada è lunga e difficile, ma è quella. E l’applauso all’entusiastica coralità che ha visto detenuti operatori e magistrati recitare insieme nel teatro di Caserta è anche il mio applauso di Provveditrice, la mia convinta adesione all’unica risposta possibile all’insensatezza del carcere.