di Rachele Donnini
Il Domani, 16 aprile 2026
Attraverso questo sistema di allenamento cognitivo, i detenuti riflettono sui movimenti giusti, nel gioco e nella vita. Juan Antonio Montero, psicologo e presidente del Club Magic Extremadura: “Non si impara solo a muovere le pedine, ma si formano autostima, pazienza, lavoro in squadra”. Un approccio esportato in Messico, ma anche a Foligno: “Non è un passatempo né vogliamo formare dei campioni, ma fornire basi utili per il reinserimento nella società”. Dal 2021 gli scacchi in carcere sono anche parte di una competizione internazionale. Juan Antonio Montero si trova davanti a una scacchiera a muro, posta al centro della stanza, e indica con una mano le 64 caselle. Oggi si trova nel carcere di Badajoz, in Estremadura, con cui collabora da 15 anni, tenendo due sessioni settimanali da un’ora e mezza. Ai detenuti, seduti davanti alla scacchiera, viene chiesto di collaborare con alcuni esercizi: imparare a memoria le posizioni dei pedoni, spostarli di casella e riposizionarli dove erano prima.
Quando il cavallo viene mosso al centro, Montero dà avvio a un dibattito: “Perché, sia negli scacchi che nella vita, è importante occupare una posizione centrale?”, chiede. Oppure mentre posiziona una torre a protezione del re: “Perché nella vita è importante fare come la torre, identificare i nostri punti deboli e proteggerci?”.
Nella sala, prima timide e poi sempre più sicure, si alzano diverse mani. Ogni detenuto sembra avere qualcosa da dire. Psicologo e direttore del Club Magic Extremadura, associazione leader europea negli scacchi sociali e terapeutici, Juan Antonio Montero lavora da vent’anni con le scacchiere, portandole nelle carceri della regione attraverso il programma Nuestro Ajedrez Reinserta. Finanziato dalla Fondazione Jóvenes y Deporte, lo scopo del progetto è unire il potenziale strategico degli scacchi al metodo ECAM (Entrenamiento cognitivo a través del ajedrez), ideato dallo stesso Montero.
“Il gioco degli scacchi non ha alcun beneficio riparativo”, spiega Montero. “Cosa c’è di terapeutico nel muovere dei pedoni in carcere? All’inizio osservavo come giocavano i detenuti. Uno faceva una mossa sbagliata, perdeva, si arrabbiava e voleva iniziare subito un’altra partita. Arrivavano a giocarne 80 in una sola mattinata. Un atteggiamento del genere non trasmette valori. Così ho deciso di progettare il metodo ECAM”. Scacchi, un fenomeno globale: dopo la serie Netflix, il libro di Sally Rooney La regola dei tre secondi Con questo sistema di allenamento cognitivo, i detenuti vengono introdotti agli scacchi con una modalità diversa da quella tradizionale, che li porta a riflettere sulle mosse giuste da fare, sia sulla scacchiera che nella vita. “Lo scopo è unire un’ottica metacognitiva, strategica e di attenzione selettiva”, spiega Montero. “Inizialmente i detenuti sono scettici. Loro vogliono giocare a scacchi come hanno sempre fatto. Poi, col tempo, insegno nuove regole da applicare al gioco, come quella dei tre secondi.
Prima di ogni mossa, il detenuto deve aspettare almeno tre secondi prima di agire. Oggi mi capita di parlare con ex detenuti che raccontano come quella regola continua ad aiutarli nella vita, a pensare prima di prendere decisioni sbagliate e non agire d’istinto”. Secondo Montero gli scacchi innestano nella mente del detenuto delle modalità di azione opposte rispetto a quelle che lo hanno caratterizzato in passato. “Gli scacchi aiutano ad avere pazienza, a pianificare a lungo termine le mosse successive. Col nostro metodo se sbagli una mossa non inizi subito una nuova partita. Prima metabolizzi l’errore, così da usarlo come insegnamento e non ripeterlo nella partita successiva”.
A oggi Montero e il Club Magic Extremadura hanno lavorato con circa duemila detenuti, ricevendo la medaglia al merito sociale e penitenziario per i benefi ci riscontrati dall’utilizzo del metodo ECAM. Benvenuto Gukesh D, l’età nuova degli scacchi finiti in mano ai teenager Il programma Chess 4 Life L’esperimento di Montero non si limita alle carceri di Badajoz o di Cáceres. Anche in Italia, a Foligno, l’associazione Chess 4 Life, fondata dall’istruttore di scacchi Mirko Trasciatti, ha avviato nel 2015 il programma Chess 4 Prison, Scacchi per la Libertà, che ha permesso l’introduzione di attività scacchistiche in carceri come quelle di Spoleto e Terni. “Collaboriamo da tempo con il Club Magic Extremadura, soprattutto attraverso il programma Erasmus Icarus, diventando così i primi ad inaugurare in Italia il metodo ECAM”, spiega Trasciatti.
“Nelle carceri cerchiamo di lavorare sui benefici che gli scacchi apportano a 360 gradi. Non entriamo mai nei penitenziari per creare un passatempo o formare dei campioni. Dobbiamo fornire loro delle basi utili per il reinserimento nella società, che potranno poi applicare anche in ambito lavorativo”. Grazie ai fondi di Sport e Salute, nel 2025 Chess 4 Life è riuscita a espandersi ad altre realtà, come la casa di reclusione di Tempio Pausania e la casa circondariale Mario Gozzini di Firenze. “In Sardegna, con il programma Scacco al tempo, stiamo unendo gli scacchi alla batteria, esplorando il concetto di tempo, un elemento cruciale da gestire in carcere. A Firenze, col progetto Checkmate By(t)e, sviluppiamo attraverso gli scacchi le doti informatiche. Ottenendo competenze digitali, i detenuti sperimentano una forma di emancipazione. Bye vuol dire anche questo: dire addio al passato che li ha portati lì”. Il senso (e il genere) degli scacchi La competizione Chess For Freedom Dal 2021 gli scacchi in carcere sono diventati parte di una competizione internazionale, la Chess For Freedom, ideata dalla FIDE (Fédération internationale des échecs).
La gara si svolge in modalità online nel mese di ottobre e, tra i vari paesi, anche l’Italia, capitanata da Trasciatti, parteciperà nel 2026 per la sesta volta. Il direttore della competizione Mikhail Korenman visita ogni anno le carceri non ancora coinvolte nel programma, con l’obiettivo di mostrare i risultati raggiunti: “In molti istituti abbiamo riscontrato una riduzione dei tassi di depressione e di comportamenti violenti”, spiega Korenman.
“In Brasile, ad esempio, si è registrata una diminuzione della recidiva del circa 30% da quando il programma è stato avviato. In Messico, dal 60 al 20 per cento”. “La competizione si svolge garantendo l’anonimato dei detenuti, che, davanti a uno schermo, giocano per la vittoria della propria nazionale”, prosegue Korenman. “La gara si svolge su sei turni e a ogni turno entra un nuovo giocatore”.
“Qui in Messico non è facile portare insegnanti nelle carceri, tantomeno in presenza. Le carceri sono lontane dal centro e servirebbero più risorse statali. Ma dal 2021 siamo riusciti a programmare almeno una classe settimanale coi detenuti, così da arrivare pronti alle competizioni”. Inoltre, la FIDE ha dichiarato il 2025 come anno degli scacchi sociali, intensificando così le visite dei collaboratori nelle carceri. “Non ho mai visto un senso di collettività così grande come quando li vedo giocare”, afferma Korenman.
“I detenuti si aiutano tra loro, spronando i nuovi arrivati a partecipare”. Come spiega Montero, il vero metodo per trarre benefici dagli scacchi è giocare e parlare, fare una mossa e riflettere. “Nelle carceri bisogna usare la scacchiera per parlare della vita fuori. Non a caso il pedone è per me il pezzo più importante da spiegare”, conclude Montero. “Se lo muovi da solo, se ti muovi da solo, cadi con facilità. Ma in gruppo, al contrario, crea forza”. Anche se li guardiamo su Netflix gli scacchi non sono cultura di massa.











