di Massimo Palozzi
formatrieti.it, 15 marzo 2020
Il Covid-19 è appena arrivato in città, ma ha già fatto le prime vittime. Sono i quattro detenuti morti e i sei ricoverati in condizioni gravissime a seguito della rivolta scoppiata lunedì e proseguita per i successivi due giorni nel carcere di Vazia, in concomitanza con altre decine di istituti di pena.
A Rieti il bilancio è stato particolarmente grave, tanto per i costi umani quanto per le devastazioni alle infrastrutture e agli arredi (secondo solo alle sette vittime di Modena).
Si tratta di un effetto collaterale dell'emergenza coronavirus tutto sommato inatteso, in considerazione del basso livello di pericolosità dei ristretti e della marginalità rispetto al circuito carcerario nazionale. Quella nostrana è infatti una "casa circondariale", in cui sono cioè detenute persone in attesa di giudizio o condannate a pene inferiori ai cinque anni o con un residuo infraquinquennale.
La contemporanea esplosione di violenza in tanti istituti lascia ragionevolmente supporre che dietro ci sia stata una regia. Questa emergenza nell'emergenza ha in ogni caso collocato l'intero sistema di fronte alle sue reali capacità di tenuta. E nel suo piccolo, anche il microcosmo reatino è stato messo alla prova nel primo vero stress test a cui viene sottoposto.
Il penitenziario di Vazia è stato inaugurato appena undici anni fa, nel 2009, ed è uno dei più nuovi nell'obsoleto panorama italiano. Ha preso il posto dell'anacronistico istituto di Santa Scolastica, ricavato in uno storico complesso di via Terenzio Varrone, che non disponeva nemmeno della sezione femminile.
La sua costruzione non fu né facile né rapida. Il decisivo impulso politico arrivò alla fine degli anni Novanta, incontrando però l'onda lunga di una resistenza di merito fondata sulla preoccupazione che sarebbe stato un "supercarcere" destinato ad ospitare numerosi detenuti, tra i quali pericolosi criminali. Si temeva che la loro presenza avrebbe attirato la frequentazione di parenti, amici e sodali potenzialmente legati ad ambienti malavitosi anche di spessore e capaci quindi di estendere la loro sinistra influenza su un territorio fondamentalmente sano.
L'idea di base era al contrario costruire una struttura dimensionata alla realtà locale, che non avesse un grosso impatto sociale e che al contempo liberasse il vecchio complesso ormai sorpassato e difficile da gestire (si pensi solo alle difficoltà della semplice traduzione dei detenuti), dando pure un po' di linfa all'economia, posto che l'edilizia penitenziaria era di fatto l'unica prospettiva praticabile per ottenere a Rieti un'opera pubblica di qualche consistenza.
L'ipotesi supercarcere non fu in realtà mai presa in considerazione e i successivi passaggi hanno infatti determinato, dopo una lunga sospensione, la realizzazione di una struttura al livello più basso nella gerarchia delle tipologie in cui sono suddivisi gli istituti secondo la gravità delle condanne.
A dispetto della sua breve vita, il carcere reatino è stato comunque più volte al centro di segnalazioni da parte sia di osservatori esterni sia, soprattutto, dei sindacati che da tempo lamentano condizioni di estrema difficoltà collegate al sovraffollamento e agli scarsi mezzi in termini di dotazioni umane e strumentali.










