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di Desi Bruno e Stefania Pettinacci*

 

Ristretti Orizzonti, 2 novembre 2019

 

Negli ultimi tempi si stanno intensificando gli interventi sulla situazione carceraria, in ragione dell'aumento preoccupante delle presenze, e del conseguente disagio sia per i detenuti che per gli operatori penitenziari.

Non c'è quasi giorno che passi senza che non arrivi una segnalazione sull'aumento della popolazione carceraria (circa 880 le presenze ad oggi), sui numeri crescenti ed abnormi delle persone gestite nell'infermeria(luogo dove spesso si trovano insieme detenuti comuni, collaboratori di giustizia, soggetti al regime di alta sicurezza, senza doverosa distinzione delle sezioni di provenienza o destinazione), sui rischi connessi alla presenza sempre maggiore di situazioni di disagio psichiatrico, su episodi di intolleranza di detenuti e quindi sulle problematiche connesse alla sicurezza in primis della polizia penitenziaria, sulla carenza di educatori (6 su 12! nonostante l'intervento ordinatorio della magistratura di sorveglianza), e quindi sulla difficoltà di lavorare per il reinserimento dei detenuti definitivi (circa 400 al carcere della Dozza), sulla mancanza di opportunità lavorative, di fondi, sulla problematicità dell'apertura delle celle ai detenuti (che stanno di fatto nel corridoio e in spazi comuni modesti se non impegnati in attività) e l'elenco delle criticità potrebbe allungarsi ancora molto.

A fronte di ciò bisogna ricordare che molti sono i riconoscimenti per il lavoro incessante della Direzione per l'apertura del carcere a mille iniziative volte a stabilire un ponte virtuoso tra il dentro e il fuori, anche con il contributo del mondo del volontariato e della chiesa.

Spesso la politica cittadina si è interessata e si interessa del carcere, anche minorile, secondo una tradizione che fa di questa città un fronte avanzato nella comprensione dei fenomeni sociali. Importante è il lavoro degli operatori e degli enti locali sul reinserimento, sulla giustizia riparativa, sui lavori socialmente utili e cosi via.

Significativa è la presenza del Garante a tutela delle persone a vario titolo private della libertà personale. Ma detto questo, si avverte una distonia in questo continuo intervenire, perché non è chiaro quale è il pensiero sul carcere che sorregge l'opinione e l'intervento di molti, che oscillano tra l'invocazione del carcere a tutti i costi e la professione di fede sulla necessità di reinserire e ridurre il ricorso alla privazione della libertà personale, peraltro in un Paese che vede ancora una presenza in carcere di presunti innocenti mai sotto la soglia del 30% e che spesso sfiora il 40%.

In questo ragionamento nulla c' entra il tema della sicurezza e della tutela delle vittime, che assumiamo come obiettivo prioritario e peraltro assicurato, sia pure in una parte, proprio da quelle politiche di reinserimento (ma ancor prima di prevenzione) che, da una parte, garantiscono il rispetto della dignità umana e il riconoscimento della possibilità delle persone di cambiare, dall'altra evitano il pericolo di recidiva.

Il carcere come extrema ratio serve proprio ad un intervento sulle situazioni di maggior allarme sociale. Però la domanda è d'obbligo, e va rivolta con chiarezza. Il carcere è la soluzione di tutti i mali, l'isolamento aiuta a costruire una società più giusta e sicura e dobbiamo investire in una politica di edilizia penitenziaria volta non a migliorare, ma a costruire per far fronte a numeri sempre più importanti? Il continuo aumento delle pene e la nuova carcerizzazione di massa ha risolto qualche forma di criminalità?

In questi giorni assistiamo ad una rincorsa ad un ulteriore inasprimento delle pene questa volta per gli evasori fiscali, come se non ci fosse già una normazione penale in atto, diminuendo la soglia dell'ammontare a cui ancorare la punibilità, pensando di dare una risposta ad un problema sociale ed economico a cui la politica non sa far fronte: quello dell'evasione fiscale a cui è connesso il tema del costo del lavoro, della pressione fiscale, la congruità dei controlli, i soggetti davvero da punire, i paradisi fiscali, ecc.

La non politica risponde cercando di accontentare l'opinione pubblica (in realtà forse più accorta di quel che si crede) perché, come ha detto recentemente un ex magistrato, Gherardo Colombo, più si punisce (o si invoca la punizione) più ci si sente innocenti e, diciamo noi, lontani spesso dalla risoluzione dei problemi.

L'elenco del ricorso "comunque" al carcere come risposta a qualsivoglia problema non risolto dalle istituzioni è lungo, e caratterizza la storia di una Repubblica che non riesce ad ancora ad avere nel suo patrimonio genetico un sano liberalismo e dove, emergenza dopo emergenza, anche le forze politiche che professano vicinanza strenua ai valori costituzionali accarezzano, e votano, il ricorso ad un rigore cieco e foriero di ulteriori disastri.

La vicenda del continuo espandersi delle preclusioni alle misure alternative alla detenzione, via via inserite nell'art. 4bis dell'ordinamento penitenziario ne è un esempio. Così, su altro fronte, l'emanazione del recente codice rosso a tutela della violenza di genere e domestica, inasprisce si le pene in modo importante, ma non stanzia nulla a favore delle vittime in termini di rafforzamento del personale dedicato e dei luoghi di assistenza e protezione.

Da ultimo fa scandalo, invece di trarre motivo di conforto politico, l'esclusione del carattere mafioso di un'associazione a delinquere come tale riconosciuta e si invoca non è chiaro quale intervento. Perché è meglio dire che erano e sono, gli altri, tutti mafiosi, nel peggio si sta meglio, e si può sempre chiedere maggior rigore (per gli altri).

E sostenere a tal fine la necessità di una prescrizione dei reati senza fine mai, ponendo sotto controllo una parte smisurata della popolazione per effetto di un nuovo aberrante strumento. Senza ricordare che la logica del sospetto divora anche chi l'ha creata, come accadde a Robespierre dopo avere mandato a morte Danton.

E allora bisogna chiedersi come possono alcune forze politiche passare dalla convocazione degli Stati generali per l'esecuzione penale, che doveva migliorare non solo la vita interna dei detenuti, ma andare verso un minor ricorso al carcere senza preclusioni, o comunque attenuando rigidi automatismi, basandosi sul giudizio in concreto della persona, al voto per l'inasprimento di pene detentive, e ancor prima a consentire di più il ricorso a misure custodiali, con un ritorno al passato che denota mancanza di comprensione dei fenomeni.

E alla fine l'unica risposta possibile è che la questione carcere e giustizia continua a non essere parte di un progetto complessivo, privo di un pensiero che sovrintenda e avvii mutamenti normativi rispettosi di tutte le parti, del principio di legalità, di non colpevolezza, di uguaglianza, del carcere come estrema risposta, di rieducazione, di sicurezza della collettività, di maggior celerità e competenza nel dare giustizia, di terzietà del giudice, e via dicendo. Le battaglie di civiltà sembrano tutte da iniziare ogni giorno più di prima.

 

*Responsabili dell'Osservatorio dei diritti umani, carcere ed altri luoghi di privazione della libertà personale della Camera Penale di Bologna