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di Nicola Ferri

Il Fatto Quotidiano, 23 giugno 2022

La riforma ordinamentale della magistratura, altrimenti detta “legge Cartabia” dal nome della ministra proponente, presenta talune vistose criticità sulle quali sembra utile soffermarsi anche raccogliendo il grido di allarme dell’Associazione Nazionale Magistrati il cui presidente ha parlato di “una riforma sbagliata in danno della Giustizia”.

Art. 3) Si prevede la partecipazione, con voto unitario, nei Consigli giudiziari della componente degli avvocati alle deliberazioni riguardanti i magistrati sottoposti alla valutazione di professionalità, sulla base di “fatti specifici, positivi o negativi, che incidono sulla professionalità dei magistrati in valutazione” segnalati dal Consiglio dell’Ordine. Si tratta di una norma incostituzionale poiché la magistratura costituisce un Ordine autonomo e indipendente da ogni altro Potere (art. 104 Cost.) e quindi anche dal Potere degli Avvocati. I magistrati devono poter giudicare “sine metu ac sine spe” e le loro decisioni non devono essere influenzate, nel bene e nel male, inconsapevolmente o meno, dal voto espresso nei Consigli giudiziari dagli Avvocati delle Parti dei processi di cui essi si occupano o si sono occupati.

Art. 13) Nel quadro del Progetto organizzativo predisposto ogni quadriennio dal Procuratore della Repubblica, si prevede che i criteri di priorità per l’esercizio dell’azione penale definiti dal Consiglio Superiore della Magistratura siano poi adottati dal Parlamento con apposita legge, della quale non si comprende né la necessità né l’opportunità, tenuto conto che sul Progetto sono chiamati ad esprimere il loro parere il presidente del tribunale, l’Ordine degli Avvocati, il Consiglio giudiziario e il Ministro della Giustizia che del Parlamento, in base alla fiducia, è una diretta espressione.

Art. 15) Si prevede che non siano eleggibili nel Parlamento nazionale ed europeo i magistrati che abbiano prestato servizio nei 3 anni precedenti l’accettazione della candidatura nella Regione in cui è compresa la circoscrizione elettorale. Si tratta di una norma illegittima per violazione dell’art. 3 Cost. (principio di ragionevolezza) in quanto introduce una limitazione dell’elettorato passivo in modo retroattivo per i magistrati che abbiano prestato il normale servizio nelle sedi loro assegnate dal C.S.M., servizio che a posteriori diventerebbe una causa di discriminazione e di esclusione.

Art. 19) Si prevede che i magistrati ordinari che cessano dal mandato parlamentare sono collocati fuori ruolo presso il ministero della Giustizia ovvero ricollocati in ruolo e destinati dal Csm allo svolgimento di attività non direttamente giurisdizionali, né giudicanti, né requirenti. A prescindere che non si comprende quale diversa attività costoro sarebbero chiamati a svolgere al di fuori di quella di giudice o di pm ai cui ruoli essi appartengono sin dalla nomina, nell’una e nell’altra ipotesi la norma confligge con il dettato dell’art. 51 comma 3 della Costituzione per il quale “Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro” diritto che per la Corte costituzionale è inalienabile (sent. n. 6/1960, n. 388/91 e 158/1995).

Da ultimo va segnalata l’incongruità e illogicità, al limite dell’incostituzionalità, dell’art. 12 per il quale i magistrati, nel corso dell’intera carriera, possono richiedere una sola volta il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti o viceversa. Si tratta di una separazione mascherata delle carriere che la Costituzione ha invece collocato in un quadro unitario, senza contare che il mutamento delle funzioni arricchisce il bagaglio di esperienze del magistrato affinandone la cultura della giurisdizione.