di Sandro De Riccardis
La Repubblica, 25 febbraio 2022
“Non penso debbano essere i magistrati a dover valutare cosa sia d’interesse pubblico, è un compito dei giornalisti”. Con queste parole ieri Riccardo Targetti, procuratore di Milano, ha stigmatizzato quello che lui stesso è stato costretto a mettere in pratica, ovvero le norme della legge Cartabia su temi come la libertà di stampa, le prerogative dei magistrati e il ruolo dei giornalisti. In uno scenario che rischia di generare un’impasse nel sistema informativo: “Come magistrato la giudico una legge piuttosto difficile da applicare - ha aggiunto. Come cittadino la giudico male, non mi è piaciuta per niente. Mi sembra che questa legge introduca il concetto della velina di regime”.
A due settimane dall’invio della circolare con cui il procuratore ha accolto le disposizioni della legge Cartabia in materia di rapporti con la stampa, si moltiplicano le prese di posizione critiche nei confronti della norma. E stavolta parole dure arrivano proprio dal capo della procura milanese, subentrato come facente funzioni dopo il pensionamento di Francesco Greco. In particolare evidenziando i limiti della legge sulla presunzione d’innocenza che prevede due aspetti per l’autorizzazione alla divulgazione della notizia: ovvero l’attinenza alle indagini e l’interesse pubblico. “Mentre sul primo sono ovviamente d’accordo - ha detto Targetti - rispetto al secondo non penso debbano essere i magistrati a dover valutare cosa sia d’interesse pubblico, quello è un compito dei giornalisti”.
Il procuratore Targetti lo ha spiegato alla tavola rotonda organizzata a Milano da Usigrai dal titolo “Presunzione di innocenza; maggiori tutele per il diritto delle persone sottoposte ad indagini non diventi bavaglio all’informazione”. “Questa legge ha dato al procuratore un potere che reputo assolutamente eccessivo - ha aggiunto Targetti. Per questo, dopo averne parlato con alcuni colleghi, sto pensando di creare un ufficio stampa nostro che possa interfacciarsi con i giornalisti per la verifica della notizia, che è quello che vi serve”. Un altro dei problemi che si affaccia riguarda la verifica delle notizie che viene resa ancora più complicata: “la verifica è fondamentale, senza di quella l’informazione è monca”.
Le parole di Targetti arrivano in un momento complicato per i rapporti con gli organi di informazione, anche in relazione al rischio di chiusura della sala stampa al terzo piano del Palazzo di Giustizia. Argomenti su cui è intervenuto anche il presidente dell’ordine degli avvocati Vinicio Nardo: “A trent’anni da Tangentopoli pericoloso dare segnali di marcia indietro. E i giornalisti a Palazzo hanno diritto ad uno spazio - si legge in un comunicato. Sull’altare della sacrosanta tutela della presunzione di innocenza, non può finire una apparente forma di censura, che emerge dalle nuove regole della riforma Cartabia”.
Nardo ha poi aggiunto: “Suona molto stridente quello che sta succedendo a Palazzo di Giustizia con lo spazio stampa da decenni a disposizione dei cronisti per il loro lavoro sugli articoli. Su di loro, come è già accaduto di recente anche per una nostra associazione di avvocati, è calata la scure dei costi delle spese di gestione della sala, che sta portando ad obbligarli a lasciarla”.









