di Liana Milella
La Repubblica, 29 marzo 2022
Il deputato di Italia viva, e tuttora magistrato, che era all’hotel Champagne con Luca Palamara, alla Guardasigilli: “Sul sorteggio se ne faccia una ragione”. E lei: “Non mi gioco la faccia su una norma incostituzionale”. Oggi nuovo vertice di maggioranza alla Camera.
Cosimo Maria Ferri contro Marta Cartabia. Lui alla Guardasigilli: “Se lei è contraria al sorteggio ce ne faremo una ragione”. Lei: “Non posso mettere la mia faccia e la mia storia su una norma incostituzionale, sulla quale ci possono essere anche dei problemi in sede di promulgazione”. Il che vuol dire che Sergio Mattarella, il capo dello Stato e del Csm - e che è stato giudice alla Consulta insieme alla Cartabia - non firmerà una riforma in cui si prevede il sorteggio come legge elettorale per scegliere i togati del futuro Consiglio.
Tensione massima, in via Arenula, durante le tre ore di vertice sulla giustizia e sulla riforma del Consiglio superiore della magistratura. A cui - ed è davvero singolare e del tutto inopportuno che sia così - partecipa anche il deputato Cosimo Maria Ferri, che fa parte anche della commissione Giustizia, e che puntualmente prende la parola a nome di Italia viva alla Camera quando si parla di riforme e di giudici. Ma stavolta eccolo anche al tavolo delle trattative per cambiare le regole del Csm in chiave anti correnti. Proprio lui che delle correnti è maestro e dominus, quale esponente di spicco da sempre del gruppo di Magistratura indipendente. Ruolo lasciato solo per diventare sottosegretario alla Giustizia in ben tre governi - Letta, Renzi e Gentiloni - e poi parlamentare prima del Pd e poi renziano.
Ma non basta. Perché proprio lo stesso Ferri è tuttora sotto processo disciplinare al Csm per la cena all’hotel Champagne dell’8 maggio 2019 in cui lui, Luca Palamara e il Dem Luca Lotti spingevano per far vincere il posto di procuratore di Roma al Pg di Firenze Marcello Viola contro gli altri candidati, Franco Lo Voi e Giuseppe Creazzo. E Viola, il 23 maggio, con 5 voti fu indicato anche dalla quinta commissione. La vicenda disciplinare di Ferri (che non è mai stato sotto inchiesta a Perugia) è andata per le lunghe per la controversia sull’uso delle sue intercettazioni su cui la Camera ha negato il via libera.
Ebbene, a trattare sulla legge che Mattarella chiede sia contro le correnti, c’è proprio Ferri. Che fa la voce grossa contro Marta Cartabia. Si affronta ancora una volta la questione della futura legge elettorale. Cartabia annuncia possibili miglioramenti al suo maggioritario binominale, ma arriva lo stop di tutto il centrodestra e di Italia viva che pretendono solo il sorteggio temperato, prima si sorteggiano i candidati e poi si vota su questi. Da Cartabia arriva un deciso niet. Ma Lega, Forza Italia, Italia viva e Azione sono per il sorteggio. E Ferri diventa il paladino del sorteggio contro Cartabia e le dice: “Se lei è contraria, ce ne faremo una ragione”.
L’incontro finisce bruscamente e, un’ora dopo, è Federico D’Incà, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, a scrivere ai partecipanti un secco sms: “Buonasera a tutti. Dopo l’incontro avvenuto oggi, convocherei per domani alle 11 e 30 una riunione di maggioranza sulla delega del Csm in sala Tatarella al quinto piano dei gruppi”.
Gelido quanto basta, dopo un incontro che non poteva andare peggio di così. Perché si capisce sin da subito che Lega e Italia viva si sono alleati. Tocca a Eugenio Saitta, relatore della riforma con il Dem Walter Verini, e capogruppo in commissione Giustizia per M5S, porre una pregiudiziale. Saitta vuole sapere “se tutti siamo d’accordo sul fatto che gli accordi raggiunti alla Camera varranno anche al Senato, visto che l’obiettivo di questa legge è quello di consentire la futura elezione del nuovo Csm”. Csm che scade a luglio. Pd e M5S - che alla Camera conta l’ex Guardasigilli Alfonso Bonafede e Giulia Sarti, la responsabile Giustizia scelta da Giuseppe Conte - sono d’accordo per votarla in tempo. Concordando un testo che passi identico sia alla Camera che al Senato.
E qui la maggioranza si spacca. Perché la Lega e Italia viva dichiarano che l’accordo può valere solo per la Camera, mentre al Senato è un’altra storia, vogliono piena libertà di voto. Un Senato dove non solo c’è lo stesso Renzi, ma la presidenza della commissione Giustizia è nelle mani del leghista Andrea Ostellari. Pd e M5S protestano, mentre crescono i dubbi su una Lega che in realtà voglia giocare soprattutto la partita dei referendum sulla giustizia - i cinque ammessi dalla Consulta - tenendosi le mani libere sulla riforma del Csm.
A sentire Giulia Bongiorno, la responsabile Giustizia del partito di Salvini, i fatti non stanno così. Lei ribadisce che “se il testo della riforma resta com’è adesso, non cambia nulla al Csm”. Tant’è che la Lega si batte per un emendamento tranchant, e cioè una sanzione disciplinare contro i membri del Csm che trafficano con le nomine. Ed è ferma sul sorteggio, proprio come Forza Italia, tant’è che nel corso dell’incontro il capogruppo alla Camera Pierantonio Zanettin dice che la scelta di questo sistema elettorale arriva direttamente da Berlusconi. Quindi sono esclusi compromessi.
Ma a questo punto il tavolo della trattativa si blocca. Cartabia offre un compromesso a M5S sull’illecito disciplinare sulla presunzione d’innocenza, che scatterà solo in presenza di “un comportamento idoneo a ledere i diritti dell’indagato”. Ma è lite con Enrico Costa di Azione sui magistrati fuori ruolo. Lui accusa: “Non è possibile che a decidere le norme siano i magistrati fuori ruolo alla Giustizia”. E chiede di ridurre da 10 a 5 anni il periodo in cui restare fuori ruolo. Cartabia invece chiede piena libertà di delega sulla questione. Su cui Costa e il centrodestra non sono d’accordo. Alla fine è il Pd a porre una pregiudiziale con Verini: “Se non siete d’accordo su niente, allora non facciamo niente”. E qui la riunione si chiude.










