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di Liana Milella

La Repubblica, 5 giugno 2022

L’avvocato e autore del libro “Giustizia mediatica” interviene sulle sanzioni ai pm che parlano con la stampa.

Lei, Vittorio Manes, ha appena pubblicato un libro dal titolo inquietante per un giornalista: “Giustizia mediatica. Gli effetti perversi sui diritti fondamentali e sul giusto processo” (Il Mulino). Ne deduco che sia un fan della direttiva sulla presunzione d’innocenza...

“Sì perché è una garanzia primordiale e basilare in uno Stato di diritto, la più semplice e purtroppo la più disarmata, ed è la prima vittima della giustizia mediatica”.

Lei è un avvocato di grido. Condivide la stretta sulla comunicazione?

“Ne condivido profondamente lo spirito, al di là dei dettagli tecnici che sono sempre perfettibili. Essa richiama i primi attori istituzionali, magistrati e funzionari di polizia giudiziaria, a rispettare i diritti in gioco, e vieta di presentare in pubblico l’indagato come colpevole sino a quando non sarà giudicato tale da una decisione definitiva di condanna. È una norma di civiltà, della cui importanza si rende conto, purtroppo, solo chi ha la ventura di finire sotto processo, quando è troppo tardi”.

Notizie solo se c’è “interesse pubblico”, così muore la cronaca giudiziaria...

“È un tentativo di correggerne aspetti patologici, instradandola in una dimensione più rispettosa dei diritti in gioco. Alcune forme di narrazione giudiziaria non hanno nulla a che vedere con la cronaca, travolgono e distruggono i diritti fondamentali degli indagati e dei terzi anche solo marginalmente coinvolti nella vicenda, squadernando e saccheggiando le loro vite private. Inammissibile in una democrazia”.

Non la preoccupa che un giornalista non potrà più chiedere a un pm perché ha arrestato un suo cliente, magari mettendo in evidenza errori commessi?

“Potrà e dovrà farlo muovendo dalla comunicazione istituzionale che ha accompagnato quel processo, senza binari informali e privilegiati”.

La cappa di piombo sulla stampa gioverà all’imputato?

“Non vedo cappe. E sono convinto che solo un’informazione corretta giovi alla giustizia e ai giornalisti più seri e autorevoli. Ormai siamo abituati a considerare cronaca giudiziaria anche spettacoli di puro intrattenimento e talk show, o reportage ad alto impatto emotivo e a basso titolo di credibilità, che con la cronaca giudiziaria non hanno nulla a che fare. Distinguere il grano dalla gramigna è necessario e urgente”.

Lei è un penalista di casa alla Consulta. Queste norme violano la libertà di stampa protetta dalla Costituzione?

“La Corte ha dimostrato molta sensibilità per il diritto d’informare, bilanciando sempre questi diritti con quelli contrapposti, quale onore e reputazione, riservatezza e vita privata e familiare. L’auspicio è che manifesti lo stesso equilibrio anche verso la presunzione d’innocenza, riconoscendole la centralità che occupa nella Costituzione e nell’architettura dello Stato di diritto”.