di Liana Milella
La Repubblica, 18 luglio 2022
Mancano i decreti attuativi. Alla scadenza del 19 ottobre legati anche i fondi del Pnrr. Nuovo Csm e riforme della giustizia. Ecco le due “vittime” se Draghi cade e prevalgono le urne. Con il concreto rischio di perdere anche i 21 miliardi della seconda tranche del Pnrr se, entro il 19 ottobre, non vengono approvati i sei decreti attuativi della riforma del processo penale, ed entro il 26 novembre i sette decreti del civile. Un costituzionalista come Gaetano Azzariti è scettico sul via libera del consiglio dei ministri e delle commissioni parlamentari, mentre un politico esperto di giustizia come Enrico Costa di Azione vede soprattutto il niet che si scatenerebbe a palazzo Chigi “su una riforma divisiva come quella penale”.
Sul nuovo Csm non ci sono dubbi. I magistrati, il 18 e 19 settembre, potranno votare per i 20 togati, ma il Parlamento sciolto non potrà scegliere i 10 membri laici. Mattarella dovrà firmare un decreto di proroga dell’attuale Consiglio, terremotato dal caso Palamara, che resterà in carica finché i futuri deputati e senatori, un terzo in meno degli attuali, non troveranno un’intesa sui nomi. Un’ondata di centrodestra potrebbe segnare il destino anche di palazzo dei Marescialli e del futuro vice presidente.
Previsioni fosche per le leggi della Guardasigilli Marta Cartabia. Proprio mentre l’Europa - nel rapporto della Commissione Ue sull’Italia appena pubblicato anche in italiano - esprime un giudizio positivo su leggi che “intendono affrontare le gravi sfide legate all’efficienza del sistema giudiziario, compresi gli arretrati e la durata dei procedimenti”. Ma le due riforme comportano numerose deleghe e altrettanti decreti attuativi. Che devono ottenere il sì del consiglio dei ministri e il parere non vincolante delle commissioni Giustizia di Camera e Senato.
Cartabia ha detto più volte, anche nei question time in Parlamento, che porterà a palazzo Chigi le deleghe “entro l’estate”. E il suo consulente giuridico Gian Luigi Gatta assicura che “l’ufficio legislativo sta lavorando a pieno ritmo, anche nei fine settimana, per definire il decreto del processo penale”. Ma la crisi cambia lo scenario. Il costituzionalista Azzariti è scettico: “Il governo resta in carica per gli affari “correnti”, cioè decisioni che non impegnano l’indirizzo politico e amministrativo del futuro esecutivo. Ma l’espressione “affari correnti” è fuorviante. Perché in realtà si riferisce a quelli improrogabili, come i decreti legge. Mentre i decreti attuativi non sono atti di straordinaria necessità e urgenza. L’unica ragione che può imporre al governo di attivarsi è il termine di scadenza che farebbe cadere per intero non solo le riforme già approvate e ratificate dall’Europa, mettendo a rischio i relativi fondi”. Ma Azzariti è dubbioso sul voto delle commissioni parlamentari.
Enrico Costa vede invece un ostacolo tutto politico e si dichiara “francamente pessimista”. “In questo caso il problema non è tecnico, in quanto difficilmente i partiti, alla vigilia del voto, potrebbero mettersi d’accordo su una riforma come quella penale che giusto un anno fa ha rischiato di spaccare la maggioranza. Nel 2013, a Camere sciolte, le commissioni Affari costituzionali e Giustizia furono convocate per esprimere il parere, che fu dato, su un decreto delegato sui magistrati fuori ruolo. Ma poi il consiglio dei ministri non esercitò la delega. Ma qui, con gli scontri che ci sono stati, non riesco proprio a vedere un consiglio dei ministri che dice sì a Cartabia”.











