di Liana Milella
La Repubblica, 28 marzo 2022
Oggi alle 17.30 nuovo vertice convocato dalla ministra della Giustizia Cartabia che ha già bocciato come “incostituzionali” le richieste del centrodestra. Il Pd tenta la mediazione e richiama tutti al senso di responsabilità in vista del prossimo voto per il rinnovo del Consiglio superiore.
Un passo importante per ricostruire la credibilità della giustizia...” dichiarava l’allora Guardasigilli Alfonso Bonafede quando - era il 7 agosto 2020 - il consiglio dei ministri approvò la sua riforma del Csm. L’11 febbraio scorso, a palazzo Chigi, la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha presentato i suoi emendamenti alla riforma del suo predecessore. E ha dichiarato così: “Un testo per recuperare la credibilità della magistratura...”. Convinzioni identiche. Le stesse che ha più volte espresso, sollecitando come inderogabile il sì alla riforma, il capo dello Stato e del Csm Sergio Mattarella.
Eppure, tra un consiglio dei ministri e l’altro sono passati ben 24 mesi. E la riforma è ancora lì, sulla carta, in attesa di essere discussa dalle Camere, e approvata. E anche questa volta la maggioranza è divisa in due pezzi, da una parte Pd e M5S, dall’altra Lega, Forza Italia e Azione, decisi ad averla vinta, grazie all’adesione di Fratelli d’Italia, sulla legge elettorale tramite il cosiddetto “sorteggio temperato”. Ma Cartabia, nell’incontro precedente ha già detto che i suoi uffici hanno bocciato, come incostituzionale, l’ipotesi del sorteggio. Da ex giudice della Consulta e da ex presidente della medesima, certo non potrebbe sottoscrivere una legge che finisce proprio sul banco della Corte e magari viene anche bocciata. Resterebbe una macchia indelebile sul pedigree di Cartabia. E lei certo non può consentirlo. Come vedremo, altrettanto incostituzionali sarebbero anche le ipotesi di impedire ai parlamentari di diventare membri laici del Csm (lo chiede M5S) e la richiesta (fatta da Enrico Costa di Azione) di inserire anche la responsabilità diretta dei magistrati.
Il vertice in via Arenula - Oggi potrebbe essere una giornata decisiva, perché Cartabia riunisce la sua maggioranza intorno a un tavolo, alle 17 e trenta in via Arenula, nella sala Livatino, nota a tutti anche come “sala verde”. E stavolta da qui si deve uscire con un accordo che comprenda anche i senatori, perché è chiaro ormai che per approvare la riforma in tempo sarà necessario ricorrere alla fiducia già alla Camera, dove il testo è previsto in aula l’11 aprile. Come ha chiesto il presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni al presidente Roberto Fico. La destra non vuole la fiducia, ricorda che il premier Draghi aveva promesso di non metterla, ma in un caso come questo bisogna fare “di necessità virtù”, e il Dem Walter Verini, nello scorso vertice sulla giustizia, ha riletto le parole di Draghi che garantiva il no alla fiducia a patto che tutti fossero d’accordo. Del resto, se la legge del Csm non passa, c’è il rischio di far saltare l’elezione dei togati del prossimo Csm previste a luglio, oppure di rinviarle. La precedente elezione si è svolta nella prima settimana di luglio del 2018. L’anno dopo - maggio 2019 - il caso Palamara ha terremotato il Csm in carica, costringendo ben sei consiglieri togati a dimettersi. Ma vediamo quali saranno i nodi da affrontare oggi, e cosa cambia con questa riforma.
La legge elettorale, maggioritario o sorteggio? Con la legge Cartabia, e già con quella di Bonafede, il Csm torna agli antichi numeri, 20 consiglieri togati, anziché 16 come oggi, e 10 laici, anziché gli attuali otto. Questi ultimi vengono eletti dal Parlamento in seduta comune. La scorsa elezione avvenne il 19 luglio. Il vice presidente, un laico, sarà scelto dallo stesso Csm, e non indicato dal capo dello Stato, come invece avrebbe voluto l’ex presidente della Camera Luciano Violante, nella sua proposta di istituire un Alta corte per giudicare le toghe al posto dell’attuale sezione disciplinare. Che resta invariata al suo posto.
Come legge elettorale la ministra Cartabia propone un sistema maggioritario binominale, ricorrendo però anche al sistema proporzionale. Sarà un sistema misto, che si basa su collegi binominali che eleggono due componenti del Csm, ma prevede anche una distribuzione proporzionale di 5 seggi a livello nazionale. Sia il il Csm che l’Anm insistono invece per il proporzionale, ma sicuramente bocciano l’ipotesi del sorteggio.
Ed è questo il nodo più duro da affrontare. Perché Forza Italia, Lega e Azione, nonché Fratelli d’Italia, chiedono che la prossima elezione dei togati del Csm si svolga tramite un sorteggio “temperato”, nel senso che prima si estraggono a sorte i possibili candidati, e poi sui nomi usciti le circa 10mila toghe italiane votano. Un sistema - quello del sorteggio prima e del voto poi - per aggirare l’evidente incostituzionalità del metodo, visto che la Costituzione, all’articolo 104, parla di membri togati “eletti” dai colleghi così come i membri laici sono “eletti” dal Parlamento. Per questo Cartabia ha parlato di evidente incostituzionalità. Ma la destra insiste, e da Giulia Bongiorno (Lega) a Pierantonio Zanettin (Forza Italia), si batte per il sorteggio temperato.
“Mai più casi Maresca” ovvero stop alle “porte girevoli” - È l’altro tema di scontro. Anche se meno radicale di quello sulla legge elettorale. Rispetto all’attuale sistema - chi si candida in politica, allo scadere del mandato, può ritornare in magistratura, ma senza assumere subito incarichi direttivi - Cartabia cambia le regole. Non potrà più accadere, ad esempio, un caso come quello di Catello Maresca, l’ex sostituto procuratore generale di Napoli candidato sindaco, eletto comunque consigliere comunale per il centrodestra, e ricollocato dal Csm, in base alle regole attuali, come giudice della corte di Appello di Campobasso. Dunque, contemporaneamente, giudice ed esponente politico. Questo non potrà mai più succedere. “Mai più casi Maresca” come ha promesso proprio la stessa Cartabia quando ha partecipato l’8 dicembre scorso a un dibattito alla festa di Atreju invitata personalmente da Giorgia Meloni che la ascoltava in platea.
Dunque chi si candida dovrà poi rinunciare a tornare in magistratura ed accettare un ruolo in un ministero. Sorte che dovrebbe toccare anche a chi assume un incarico nel governo, ad esempio un capo di gabinetto, oppure un sottosegretario che non è stato eletto. È il caso del sottosegretario alla presidenza Roberto Garofoli, che arriva dal Consiglio di Stato. Perché le norme sullo stop alle “porte girevoli” si applicano a tutte le toghe, ordinarie, amministrative, contabili e militari. Ma mentre M5S non vuole assolutamente sconti per nessuno e chiede di applicare la proposta di Bonafede, il Pd invece non ritiene giusto che anche i capi di gabinetto - che svolgono un lavoro tecnico nei ministeri - debbano pagare lo stesso “prezzo salato” di chi si candida in politica e viene eletto.
L’ostacolo della presunzione d’innocenza - L’ultima grana in ordine di tempo è quella dell’illecito disciplinare sulla presunzione d’innocenza. Che stavolta vede in primo piano il M5S nel chiedere modifiche.
Nella riforma del Csm, all’articolo 9, è entrato un nuovo illecito per punire la toga che parla con la stampa, senza che vi sia un “interesse pubblico” per farlo, proprio come dice la legge votata definitivamente all’inizio di novembre. Alle proteste del Csm, che ha votato contro l’ipotesi dell’illecito perché nega il diritto stesso di informare l’opinione pubblica su quello che avviene nei palazzi di giustizia, si aggiungono quelle del M5S che a Cartabia chiede di cambiare il testo, mentre Enrico Costa di Azione all’opposto vuole che resti proprio così com’è adesso.
La responsabilità civile diretta - Sicuramente non entrerà nella riforma del Csm la pressante richiesta di tutto il centrodestra di far pagare direttamente ai magistrati, se condannati, il prezzo della responsabilità civile. Avrebbe dovuto essere oggetto di uno dei sei referendum sulla giustizia proposti ai cittadini dalla Lega e dai radicali, sull’onda del successo ottenuto nel 1987 dal referendum lanciato da Marco Pannella, che ottenne l’80,21% di da parte dei votanti. Ma poi la legge dell’ex Guardasigilli Giuliano Vassalli, nonché padre del nuovo codice penale del 1989, stabilì che comunque a pagare fosse lo Stato. Nel 2015, con la legge dell’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, i magistrati furono costretti a pagare, ma la responsabilità è rimasta indiretta, grazie al filtro dello Stato. Adesso la Consulta ha dichiarato inammissibile il referendum sulla responsabilità civile, e la destra cerca di farla rientrare nella riforma del Csm. Ma Cartabia ha già detto che l’ipotesi della responsabilità diretta odora di incostituzionalità.
Le pagelle delle toghe e gli avvocati - La Cartabia ha già detto sì al voto degli avvocati nei consigli giudiziari, i mini Csm che esistono in ogni distretto giudiziario e che preparano i currricula dei giudici in vista di una promozione. Un voto che va oltre il solo diritto di tribuna che esiste già attualmente, e cioè il diritto di partecipare alle discussioni, ma senza votare, soprattutto sui curricula delle toghe in vista degli incarichi da ottenere poi al Csm.
Quindi gli avvocati - e questo non va giù ai magistrati - avranno il potere, con il loro voto, di determinare anche la “pagella” della toga, che potrà essere ottima, buona, discreta, ma anche cattiva. Il giudizio coinvolgerà anche la tenuta dei provvedimenti giurisdizionali attraverso verifiche a campione sulle fasi del processo. Ma sarà valutata anche la capacità di organizzare il lavoro con un voto che potrà andare da discreto, a buono a ottimo. E anche su questo il dibattito è aperto, perché il centrosinistra non ha le posizioni oltranziste di Enrico Costa e della stessa Lega.











