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di Michele Ainis

La Repubblica, 19 maggio 2024

Il Consiglio superiore della magistratura è il vero punto di crisi del sistema. Politica e giustizia abitano mondi contrapposti. La prima è sempre parziale, partigiana: ogni partito politico offre, per definizione, una visione di parte dell’interesse generale. La seconda, viceversa, deve essere imparziale, come afferma l’articolo 111 della Costituzione. Dunque la regola che governa il loro difficile rapporto consiste nella separazione, nella reciproca distanza fra questi due universi. Succede tuttavia il contrario, ed è qui la ragione dei conflitti che quotidianamente oppongono politica e giustizia. C’è un modo per disinnescarli?

All’imparzialità del giudice l’Associazione nazionale magistrati ha dedicato il suo 36° congresso, che si è chiuso domenica 12 maggio a Palermo. È un concetto diverso dalla neutralità, perché quest’ultima non prende posizione: il neutrale lascia che le cose vadano per il proprio verso, e in genere vanno a vantaggio del più forte. Invece un giudice deve condannare o assolvere, così come un professore deve promuovere o bocciare. E per esercitare al meglio la propria funzione gli servono equilibrio, equidistanza, assenza di pregiudizi. L’imparzialità è “la somma delle virtù”, diceva Norberto Bobbio. Ma per il giudice non è sufficiente essere imparziale: deve anche apparire imparziale.

Qui allora si passa dall’aspetto interno - per così dire psicologico - dell’imparzialità, a quello esterno, esteriore. E l’apparenza dell’imparzialità si guadagna attraverso procedure che tengano al riparo i magistrati dalle sirene della politica. Non per nulla la Costituzione (articolo 98) vieta ai giudici d’iscriversi a un partito. Per converso, lo stesso limite dovrebbe però imporsi rispetto a qualsiasi interferenza dei partiti, dei parlamentari, dei ministri, sulla gestione della magistratura. È il contagio, la contaminazione tra funzioni politiche e giurisdizionali, il male da evitare.

Questo male s’affaccia viceversa negli incarichi di collaborazione con la politica attraverso ministeri e vari apparati burocratici, da cui consegue il collocamento fuori ruolo del magistrato. Che diventa perciò consigliere del politico, anziché custode, controllore. Sarebbe meglio, molto meglio, vietare tassativamente questi incarichi. O al limite restringerli all’arco di una legislatura, dimezzando il termine di 10 anni dettato da una legge del 2012. Anche per scongiurare “carriere parallele”, che sottraggono risorse alla giurisdizione.

Ma è il Csm il vero punto di crisi del sistema. Le regole della sua composizione, il modo distorto con cui vengono applicate. Perché i 10 membri laici - eletti dalle Camere - introducono istanze e interessi della maggioranza parlamentare nell’organo di autogoverno della magistratura. E perché i 20 togati - eletti dagli stessi magistrati - per lo più rispondono alle correnti giudiziarie, in una logica a sua volta partitica, sotto mentite spoglie.

Ma adesso sul Csm incombe una riforma. Se quest’ultima puntasse a ridimensionare il peso della componente giudiziaria, dovremmo pronunziare un altolà: è semmai l’opposto che bisogna fare. Quanto all’uso del sorteggio per decidere tutti i membri togati - già annunciato dal governo - sarà bene aggiungere qualche istruzione per l’uso.

Non che si tratti d’una procedura antidemocratica. La democrazia nasce col sorteggio, nell’Atene del V secolo a.C. E sono innumerevoli le sue recenti applicazioni. Perfino Macron ne ha fatto uso, istituendo una commissione di 150 cittadini estratti a sorte, con il mandato d’avanzare proposte contro il riscaldamento climatico. Ma rispetto al Csm il dosaggio dev’essere omeopatico. A tre condizioni.

Primo: 10 membri su 20, gli altri 10 restano elettivi. Per non espropriare i magistrati del diritto di voto, per tagliare le unghie alle correnti senza infliggere un’umiliazione al potere giudiziario. Secondo: il sorteggio dei migliori. Ossia quanti si distinguano per laboriosità, per correttezza, per l’indice di decisioni confermate in appello. Non si può correre il rischio di sorteggiare un Totò Riina con la toga. Terzo: i membri laici. La maggioranza se ne è accaparrata 7 su 10, e ha fatto anche di peggio scegliendo i componenti dei Consigli di presidenza delle magistrature speciali: 9 su 12, tanto che il Pd non ha partecipato al voto. Per sconfiggere questo malcostume, occorre scolpire una regola di ferro: metà alla maggioranza, metà alle opposizioni. Altrimenti, già che ci siamo, sorteggiamo pure loro, e non se ne parli più.