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di Tommaso Ciriaco


La Repubblica, 30 luglio 2021

 

Per tre volte l'intesa rischia di saltare. Orlando ricuce, Bonetti pronta a rompere con i 5S. Giorgetti mediatore nel centrodestra. Scoccano le 16, minuto più, minuto meno. Mario Draghi ne ha abbastanza. Pensa che sia giunto il momento di chiudere la partita. Da sei ore, Palazzo Chigi è il terminale delle richieste di Giuseppe Conte. Il Consiglio dei ministri è sospeso. L'atmosfera irreale. Gli ambasciatori 5S hanno appena comunicato che l'avvocato chiede un anno in più sulla prescrizione. È l'ultima di una serie lunga, lunghissima di richieste del leader. Diverse le ha anche portate a casa, su altre ha ricevuto un rifiuto. La minaccia non cambia: "Se non accettate, ci asterremo". La renziana Elena Bonetti, sdegnata, si infuria: "Lasciamo andare via i Cinque Stelle, basta così!". Giancarlo Giorgetti e Andrea Orlando dicono che no, "invece bisogna mediare fino alla fine".

Il presidente del Consiglio prende la parola. E traccia il suo confine invalicabile: va bene, sostiene, ragioniamo insieme, ma credo che siamo arrivati al "punto più avanzato possibile". Significa che non si spingerà oltre. Significa, soprattutto, che il governo andrà avanti comunque, accada quel che accada, perché ha promesso questa riforma a Bruxelles e perché, spiega, non si lascia un Paese in balia di questioni interne ai partiti. Per la prima volta, indica a tutti uno scoglio grande come una potenziale crisi.

Montagne russe, come chiamarle altrimenti? Si capisce subito che qualcosa non va. Il consiglio è convocato per le 11.30. Passano dieci minuti. Un'ora. Due ore. I cinquestelle disertano, non ci sono, pare che siano riuniti con Conte. Sì, sono con Conte. Draghi sente il leader 5S. Triangolano con Marta Cartabia, a lungo. A un certo punto il premier si consulta con i suoi e sceglie di aprire comunque l'incontro. È il momento di massima tensione. I ministri chattano tra loro e con i segretari di partito: salirà al Colle? Aprirà una crisi? Matteo Salvini medita di annullare i suoi impegni, Letta segue ogni passaggio.

È un atto politico forte, perché il messaggio è chiaro: tiriamo dritto, stasera si approva comunque un testo. Ma vuol dire anche un'altra cosa: se nessuno si presenta, nulla può essere escluso. Alle 14 arriva, trafelata, la delegazione grillina. Draghi, intanto, continua a trattare. Giancarlo Giorgetti è fondamentale, al suo fianco. Media pure Andrea Orlando.

Per tre volte l'accordo sembra chiuso. Per tre volte salta. Conte incassa, ma rialza. Patuanelli spiega che un accordo va fatto, "ma Conte sta cercando di tenere assieme i gruppi parlamentari". "Dateci un po' di tempo", aggiunge Federico D'Incà. Il premier non è ostile a concedere correzioni al testo, anzi, pensa che sia giusto andare incontro anche ad alcune richieste della magistratura. È rimasto colpito da alcune posizioni dell'Anm, così come dagli argomenti di una figura come Cafiero De Raho. Ne ha apprezzato la moderazione, il merito.

L'orologio macina minuti. Durante il question time alla Camera, pausa benedetta, sembra di nuovo fatta, l'accordo a un passo. Scoccano le 16. È in quel preciso momento che l'avvocato frena. Non è un caso. Poco prima, si era confrontato al telefono con Luigi Di Maio. Colloquio intenso, qualcuno dice aspro. Il ministro degli Esteri, a sua volta in contatto con il Quirinale, consegna all'avvocato una tesi che può riassumersi così: abbiamo ottenuto molto, davvero vogliamo astenerci? Lui è per votare a favore, insomma. Al premier, poco prima, aveva promesso di spendersi per un patto. Ma l'aveva anche pregato di aiutarlo a evitare una scelta mortale per i ministri 5S: governo, oppure partito.

Draghi capisce che la situazione sta per sbloccarsi. Sa di poter contare, a questo punto, anche su una fetta rilevante del Movimento. Forza Italia, intanto, vola basso, bassissimo. Non si impunta. Maria Stella Gelmini fa notare che se i 5S resistono a lungo a un'intesa, significa che è passata una "riforma garantista". Certo, del testo Bonafede non resta molto. Ma è anche vero che Conte ottiene modifiche. E Giancarlo Giorgetti deve spendere ogni energia per farsi garante della compattezza del centrodestra. Il premier apprezza. Lo ringrazia, a riforma approvata. E il braccio destro di Salvini si lascia andare a un attimo di euforia: "Ho salvato il governo".

A fine giornata, Draghi sa di avere a casa una riforma che ha lasciato sul campo parecchi governi. Ma sa anche di aver dovuto mediare duramente, per la prima volta. Non minaccia nulla, ma si lascia alle spalle un consiglio dei ministri lungo otto ore. È uno schema che non può, non deve ripetersi. Dal 3 agosto si apre il semestre bianco, non c'è più lo spettro di elezioni e tutti sono in grado di alzare ancora di più l'asticella. Lui non si presterà ad altre esperienze così, l'ha già fatto sapere. Non può ricapitare che si voti un testo in consiglio e lo si rimetta in discussione. Non si può minacciare l'astensione, o addirittura astenersi come fece la Lega tre mesi fa. Dovesse ricapitare, non spenderà troppe parole e trarrà le conseguenze. Perché la linea è sempre la stessa: guido un governo di unità nazionale, chi vuole sfilarsi si assume le proprie responsabilità. Lui, questo è certo, non si farà trascinare nel pantano.