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di Michele Caianiello* e Daniela Piana**

Il Dubbio, 21 aprile 2023

Se ci soffermiamo a riflettere, difficile appare oggi parlare di giustizia senza trovarsi, volens o nolens, in una sorta di impasse di carattere connotativo. Molti degli aggettivi che sono stati introdotti per descrivere una determinata forma processuale o uno specifico istituto di diritto sostanziale, per non parlare degli assetti ordinamentali, hanno acquisito, attraverso un percorso che ad oggi appare ricostruibile con una storiografia che attinge dalla storia politica i suoi quadri concettuali ed esplicativi, una sempre più forte connotazione ideologica?

Confrontarsi con un aspetto del funzionamento della giustizia in Italia significa ipso facto, per il gioco delle contrapposizioni, non affrontarne un altro, contentende con il primo, o quantomeno disegnare una scala delle priorità temporali che diventano oggetto di polemica. Non si tratta di un problema in sé. La letteratura delle scienze giuridiche, della teoria empirica delle istituzioni, delle democrazie costituzionali è ricca di esempi che mostrano come i concetti che usiamo sono “contestabili”, e di fatto contestati, perché possono acquisire nuances diverse a seconda dei contesti. Ma non è questo il punto. Senza che ce ne avvedessimo il sistema politico italiano si è trovato a vivere il tema giustizia, e forse ancor più le riforme che insistono sul settore giudiziario, come divisivo, polarizzante, capace, addirittura, in talune circostanze, di fare cadere i governi, di costringere al rimpasto, a obbligare ad abbandonare i proposito di riforme integrate e organiche; in tal modo, ci si è troppe volte rassegnati a portare a compimento solo parte di una agenda che meglio si sarebbe realizzata se vista e vissuta nel suo insieme, prendendo atto che riuscire a fare ciò risultava insostenibile politicamente ed era dunque meglio lavorare per ambiti disaggregati. Con costi di cambiamento moltiplicati e costi di monitoraggio non prevedibili né per il legislatore - sempre più - delegato né per le istanze incaricate poi di attuare le riforme. Il che nella giustizia significa non solo tutte le professionalità della giurisdizione, ma finanche i titolari di diritti, cioè i cittadini. La polarizzazione della issue “giustizia”.

Non nascondiamoci. Ovviamente. È evidente che le posizioni di valore e le visioni di cosa sia giusto, di cosa sia equo e cosa sia preferibile sono diverse e talvolta opposte. Inutile negare che quando si parla di modelli archetipici, del processo penale accusatorio o inquisitorio si parla di qualcosa che divide, proprio anche per aspetti specifici dell’una opzione processuale e dell’altra. Per non dire di quanto sia polarizzante discutere di intercettazioni, tema divisivo non solo per le élite della politica, ma anche nel contesto della società italiana nel suo complesso; o, ancora, discutere della compressione delle libertà fondamentali, personali o reali, quando sia in gioco il contrasto alla criminalità organizzata. Analogamente divisivo è, anche se apparentemente meno conflittuale, il tema delle priorità fissate in materia di giustizia civile. Come organizzare il tribunale delle persone, della famiglia e dei minorenni, quando ad esempio sarebbe forse opportuno avere elementi di forte aggregazione delle risorse ma al contempo si discute della necessità di assicurare presidio del territorio? Le proposte che qui si condividono sono il risultato delle riflessioni di due studiosi, che hanno inteso nella missione intellettuale integrare anche quella civica e istituzionale, e con questo spirito partecipato a tavoli e sedi dove di riforme si è discusso, Un aspetto preliminare ci preme qui sottolineare. È evidente che la riforma della giustizia abbia nel nostro Paese un potenziale polarizzante. Le posizioni opposte vanno riconosciute come fatti socioculturali, ancor prima di opporsi a queste. Riteniamo che negare le differenze di posizione, negare la polarizzazione delle posizioni di partenza, sarebbe negare il portato storico della traccia che le esperienze di forte shock istituzionale che l’Italia ha vissuto dal dopoguerra ad oggi hanno lasciato. Significherebbe negare i fatti istituzionali. E poiché il diritto è un fatto istituzionale, oltre che una forma performativa del vivere sociale, una negazione del genere sarebbe fatale. Questo, tuttavia, non è che l’inizio della nostra proposta. Proponiamo infatti che qualsiasi forma di adesione valoriale debba accettare di confrontarsi con i dati, non tanto in una prospettiva di evidence- based policy making, quanto con un approccio di evidence- accepting policy making. Che qualsiasi posizione sia accolta sotto una sorta di principio di discussione che non trova nei fatti la legittimazione delle scelte, ma trova nella incompatibilità con i fatti una buona ragione per rimodulare le scelte.

*Professore ordinario di diritto processuale penale Università di Bologna

**Professoressa ordinaria di scienza politica Università di Bologna