di Michele Ainis
La Repubblica, 15 luglio 2021
Il vero problema sta nelle 35 mila fattispecie di reato che ingolfano i processi e nei giudizi civili, dove servono 1.300 giorni per timbrare una sentenza. Le istituzioni si nutrono di simboli, come la bandiera. E di gesti simbolici, come quello di ieri, quando il presidente Draghi e la ministra Cartabia sono apparsi dentro il carcere di Santa Maria Capua Vetere. Giacché occorre aver visto, ha detto quest'ultima citando Piero Calamandrei.
Mentre al contempo risuonava il j'accuse del presidente del Consiglio, contro la "responsabilità collettiva" delle violenze che un anno fa si consumarono in quel carcere, al di là delle colpe individuali. E la responsabilità - ha aggiunto Draghi - ricade su un sistema che ha urgente bisogno di restauri, su una giustizia che genera soprusi. Ma dove ha origine questa malattia?
Partiamo ancora dai simboli. L'emblema della giustizia è una bilancia, con due piatti in reciproco equilibrio. Invece la giustizia italiana è squilibrata, non riesce quasi mai a contemperare le opposte istanze della difesa e dell'accusa. Colpa della politica italiana, dei suoi umori volubili e incoerenti, perennemente in bilico fra giustizialismo e garantismo, fra Tangentopoli e Salva-corrotti. E la politica è ostaggio di partiti per lo più sordi l'uno all'altro, giacché ciascuno si preoccupa di piantare sul terreno la propria bandierina, calpestando le bandiere altrui.
In queste condizioni ogni compromesso è impervio, se non anche impossibile. E dunque l'ultima riforma - quella battezzata giovedì scorso dal Consiglio dei ministri - parrebbe destinata al martirio in Parlamento. Eppure la democrazia stessa è compromesso, diceva Kelsen. Ed è a sua volta un compromesso l'idea di giustizia che affiora tra le righe della Costituzione. Dove indubbiamente ha spazio l'esigenza di reprimere i reati, per esempio rendendo obbligatoria l'azione penale (articolo 112). Ma dove prende forma, altresì, un ampio ventaglio di garanzie per l'imputato: dal diritto di difendersi in giudizio (articolo 24) all'irretroattività della legge penale (articolo 25), dalla presunzione d'innocenza (articolo 27) alla ragionevole durata del processo (articolo 111).
Ecco, è questo lo sfondo su cui va misurata la proposta del governo. È la Carta costituzionale il metro di giudizio, non le suscettibilità dei capipartito. Sapendo che ci sono vari modi - non uno soltanto - per comporre i principi costituzionali in equilibrio, e sapendo inoltre che le modalità dipendono dalle stagioni della storia, dalle emergenze o dalle urgenze di volta in volta in primo piano. Però tenendo conto, al tempo stesso, che alcune soluzioni vengono respinte dalla Carta, quale che sia la loro giustificazione contingente. Fu il caso, per esempio, della legge Pecorella sull'inappellabilità delle assoluzioni, bocciata dalla Consulta nel 2007.
O del "lodo Conte" (gennaio 2020), che distingueva fra imputati assolti e condannati in primo grado, quando la Costituzione considera tutti innocenti, finché non intervenga una sentenza definitiva di condanna.
C'è un vizio analogo nel compromesso raggiunto in Consiglio dei ministri? In linea generale no, non c'è. S'apprezza piuttosto il tentativo di correggere due abusi: l'eccesso di prescrizioni (circa 130 mila l'anno); i tempi eccessivi dei processi, per cui l'Italia ha ricevuto il numero più alto di condanne dalla Corte europea dei diritti dell'uomo (1202 dal 1959 a oggi). Il primo abuso offende le vittime dei reati, trasformati in altrettanti delitti senza castigo; il secondo colpisce gli imputati, negando il diritto a una ragionevole durata del processo. Ciascun abuso è però figlio dell'altro, o meglio dell'eterna disputa fra giustizialisti e garantisti. Che ha trasformato ogni giudizio penale in uno slalom, attraverso le troppe norme, le troppe regole puntute come spilli, che vi sono state iniettate. Rallentandone così il decorso, o causandone la morte prematura.
Da qui l'idea che sorregge la riforma: la prescrizione corre fino al primo grado; dopo di che si prescrivono i processi, se sforano un tempo stabilito (due anni in appello, un anno in Cassazione). Scelta equilibrata, così come la stretta sui rinvii a giudizio o varie altre misure. Il problema non è la regola, semmai la deroga. Quella aggiunta all'ultimo minuto per contentare i 5 Stelle, che estende alla corruzione il trattamento deteriore riservato ai reati gravi, i cui processi durano più a lungo. Ne deriva una disarmonia, una sproporzione: il corrotto rischia al massimo otto anni di galera, ma con la nuova prescrizione viene trattato come un omicida. E tuttavia non è nemmeno questo il punto principale. Il problema sta nelle 35 mila fattispecie di reato, che giocoforza ingolfano i processi. E sta nei giudizi civili, dove servono 1300 giorni per timbrare una sentenza. Se la giustizia penale è un dramma, quella civile è una tragedia.










