di Francesco Bei
La Repubblica, 31 luglio 2021
Il giorno dopo l'approvazione della riforma Draghi-Cartabia sulla giustizia, è partita la rincorsa ad attribuirsi meriti, spesso a vanvera. I Cinque Stelle rivendicano di aver sventato una manovra che avrebbe disarmato lo Stato di fronte alle mafie, parlando della "schiforma" come di una legge che avrebbe di fatto garantito "impunità" ai boss. Dimenticando che quelle stesse norme erano state votate anche dai loro ministri l'8 luglio, d'intesa con Beppe Grillo. Tutti amici dei mafiosi Di Maio, D'Incà, Patuanelli e Dadone? Improbabile.
La verità è che il presunto favoritismo alle cosche era una forzatura propagandistica, il grimaldello perfetto trovato dai nemici di Marta Cartabia per far saltare il suo progetto e, insieme a lei, dare una bella spallata al governo. Una manovra sventata all'ultimo, ma il disegno era quello e il merito c'entrava ben poco. Tanto più che in Italia i processi per mafia corrono sull'alta velocità, hanno la priorità, mentre quelli per i reati ordinari restano indietro. Quindi il calcolo sulle centinaia di migliaia di procedimenti contro i boss che sarebbero finiti al macero era, come diceva Mark Twain, grossolanamente esagerato.
Del pari fuori misura è il trionfalismo di Matteo Salvini, che si vanta di aver schiantato a terra la legge Bonafede. Non è così. Anzi tra allungamenti della prescrizione, differimento al 2025 dell'entrata in vigore delle nuove norme e possibili proroghe decise dai giudici per i casi più complessi, i processi dureranno (purtroppo) ancora tantissimo. Anche un giorno di troppo, per chi finisce innocente davanti a un magistrato, sia pure accusato di un grave reato, dovrebbe suonare come una bestemmia nella patria del diritto.
E i casi non sono pochi. Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, due giornalisti che alimentano una banca dati sugli errori giudiziari, hanno calcolato che tra ingiusta detenzione ed errori in senso stretto - ovvero coloro che sono riconosciuti innocenti dopo i tre gradi di giudizio - si arriva dal 1991 al 31 dicembre 2020 a quasi trentamila vittime di malagiustizia: in media, poco più di 988 l'anno. Senza calcolare le spese per gli indennizzi, è una cifra enorme. La benemerita riforma Draghi-Cartabia interviene sul "fine processo mai", ma certo è ancora possibile restare per un decennio appesi a un giudizio. E alla fine uscirne da innocenti.
La conclusione è che i partiti della maggioranza stanno facendo a gara per agitare davanti ai follower lo scalpo dell'avversario, ma la narrazione dei fatti e la lettura delle norme dicono altro. Come ha confidato il premier a un ministro al termine della riunione più lunga e sofferta del suo governo, "quella che è stata approvata è una formulazione che consente a ognuno di voi di rivendicare un successo". Si capisce l'interesse di Draghi di spegnere il prima possibile ogni scintilla che possa far ripartire l'incendio appena domato.
La verità tuttavia è che nessuno può cantare vittoria tranne, appunto, il premier. Mr Fix-it, il signor aggiusta-tutto come l'ha ribattezzato il New York Times, è riuscito a imporsi anche sul terreno dove i partiti si sono combattuti più aspramente in questi trent'anni, quello della giustizia penale. Per citare un altro giornale internazionale che ha dedicato spazio alla vicenda, il Financial Times, per l'ex banchiere si trattava della "toughest nut to crack", della noce più dura da rompere.
Mettere insieme e far votare lo stesso testo dai giustizialisti alla Bonafede, uno che teorizzava da ministro che "gli innocenti non finiscono in carcere", così come dai più garantisti, è stato in effetti un mezzo miracolo politico. Riuscito solo perché alla fine Draghi è andato a vedere il bluff dei Cinque Stelle, forzando sull'approvazione. A quel punto a Giuseppe Conte sarebbe rimasta un'unica scelta, far astenere i suoi ministri oppure farli uscire dal governo. Una scelta identitaria che avrebbe schiacciato il suo movimento su una posizione massimalista, molto lontana da quel profilo moderato e persino "liberale" che l'ex premier vorrebbe per la sua nuova creatura. Oltretutto anche il Pd ha fatto arrivare a Conte un messaggio preciso: su quella deriva i Cinque Stelle sarebbero rimasti da soli. E questo avrebbe significato la fine di ogni prospettiva di alleanza di centrosinistra alle prossime elezioni. Di fronte a questo panorama di macerie, che avrebbe fatto felice solo l'ala più oltranzista del M5S e qualche fiancheggiatore della stampa amica, Conte si è fermato e ha accettato il compromesso.
Bene così e bene anche per l'Italia. Che deve mantenere di fronte all'Europa l'impegno di abbattere del 25 per cento i tempi dei giudizi penali entro il 2025. Lo si potrà fare grazie ai massicci investimenti del Recovery sulla giustizia, garantiti dall'approvazione della riforma Cartabia, non certo inseguendo il feticcio dell'abolizione della prescrizione.











