sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Gaetano Mineo

Il Tempo, 25 ottobre 2024

Anche l’Associazione europea dei giudici (Eaj) si è unita al coro italiano di critiche contro la riforma della separazione delle carriere in magistratura promossa dal governo. Con una lettera indirizzata alla premier Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio, l’Eaj ha espresso preoccupazioni, affermando che la riforma potrebbe mettere a rischio l’indipendenza della magistratura. Ma quanto di queste preoccupazioni è reale e quanto invece è dettato da interessi di una parte della magistratura che non vuole perdere il proprio potere? Il dibattito è vecchio e complesso. Giovanni Donzelli, esponente di Fratelli d’Italia, ha dichiarato in un’intervista al Corriere che il vero problema non è la riforma, ma l’incapacità di accettare che il governo Meloni sia legittimo e deciso a intervenire. “Il clima agitato non è causato dalle nostre riforme” ha spiegato Donzelli, “ma da chi non si è rassegnato al fatto che Giorgia Meloni ha vinto le elezioni”. “Non c’è uno scontro con la magistratura - ha precisato - ci sono alcuni magistrati politicizzati che si oppongono alla nostra volontà di riformare la giustizia”.

Questa resistenza, secondo il meloniano, è alimentata da una parte della magistratura che ha intrecciato il proprio ruolo istituzionale con le logiche politiche, mettendo a rischio la terzietà del sistema giudiziario. “Alcuni magistrati interpretano il proprio ruolo in modo politico, ed è per questo che la riforma è necessaria” ha aggiunto. Un esempio di questa politicizzazione è il caso di Marco Patarnello, sostituto procuratore della Cassazione, che avrebbe definito la premier Meloni “pericolosa” in una mail interna dell’Associazione nazionale magistrati. Tali parole, hanno sollevato un’ondata di indignazione ma soltanto dalla maggioranza. Dall’altra parte, quella dell’opposizione, invece, un assordante silenzio. O quasi. Nordio, in merito, ha prontamente annunciato un’ispezione ministeriale: “Stiamo verificando i presupposti per un’ispezione del ministero”. Il Guardasigilli, con la sua lunga carriera alle spalle, non ha mancato di sottolineare come la fiducia nella magistratura sia precipitata negli anni. “Quando entrai in magistratura, nel 1976, godevamo del consenso dell’80% dei cittadini. Oggi quel consenso è crollato”, ha ricordato il ministro, lasciando intendere che gran parte delle colpe siano da attribuire all’interno stesso del sistema giudiziario.

Per Donzelli, in sostanza, con la riforma “vogliamo garantire che i giudici possano svolgere il loro lavoro senza essere condizionati da pressioni ideologiche”. Intanto, nonostante le proteste e i tentativi di rallentamento, il governo è determinato a proseguire con la riforma della giustizia. Approvata dal Consiglio dei ministri a maggio, la proposta di separazione delle carriere è attualmente in discussione in Commissione Giustizia della Camera. Il ministro per i Rapporti con il parlamento, Luca Ciriani, ha confermato che l’obiettivo è portare la legge in Aula per una prima lettura entro Natale. La riforma, composta da otto articoli, introduce modifiche sostanziali all’ordinamento giurisdizionale, tra cui la separazione tra le carriere di giudici e pubblici ministeri, come detto. Una delle innovazioni più rilevanti è anche la creazione di due sezioni distinte del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), con la componente togata selezionata tramite sorteggio, un meccanismo volto a ridurre corporativismi e giochi di potere.

Così la camorra manovra i ragazzini: armi, droga e potere come nei cartelli sudamericani

di Roberto Saviano

Corriere della Sera, 25 ottobre 2024

Emanuele, ucciso a 15 anni nel centro di Napoli, da incensurato. I valori e le regole delle nuove “paranze”. In ogni angolo del pianeta l’età media dei membri delle organizzazioni criminali si è abbassata, dalla fratellanza Bahala Na Gang filippina alla Mocro mafia nella regione del Rif, sino ai clan napoletani. Le mafie affiliano giovani e giovanissimi. Si entra a 13, 15 anni e si arriva ad avere un ruolo ai vertici presto, prestissimo a 17, 20 anni. E così, come presto si scalano i pioli della scala gerarchica, repentina è la caduta. Presto si cresce, presto si muore. L’omicidio di Emanuele Tufano ammazzato ieri a 15 anni purtroppo non ci descrive una nuova vicenda, non ci apre a ipotesi rare, non è un caso che sovverte la normale dinamica criminale. È così da molti anni, ma l’attenzione non esiste salvo accendersi per qualche ora quando a terra massacrati dai proiettili non ci sono giovanissimi.

Le “paranze” e i clan - Emanuele era incensurato e non proveniva da una famiglia di camorra, ciò non significa che non fosse dentro le dinamiche delle organizzazioni così come la sua morte violenta non lo rende un affiliato. Questa drammatica storia accade non lontano da Forcella, il quartiere che ha visto nascere quindici anni fa “la paranza dei bambini” il primo gruppo camorristico interamente composto da ragazzini. Il loro capo Sibillo è stato ammazzato a 19 anni e tutti gli appartenenti erano adolescenti e giovanissimi. Non baby gang, qui si parla di camorra. Perché i clan di camorra affiliano ragazzini? Molte le risposte. Un ragazzino ha fame di guadagno, ha pene meno pesanti e non ha paura della morte.

Si muore tra i turisti - Nelle organizzazioni sudamericane, filippine, indiane, si affiliano dai 13 anni in su, e si muore sotto i 25 anni. Oggi a Napoli a 15 anni si muore tra i turisti sotto i colpi di pistola. Quando le informazioni restano relegate alla cronaca locale, volontà di gran parte della politica per evitare di dover dare risposte che non hanno, si perde la dimensione del fenomeno. Ma sono questioni che riguardano l’economia nazionale, il ruolo della politica, gli equilibri della borghesia del Paese.

Gennaro e l’amico - Ignorato dal dibattito nazionale è stato il caso di Gennaro Ramondino pregiudicato ammazzato la scorsa estate. Il suo esecutore era uno dei suoi più cari amici e aveva 16 anni. “Me l’hanno ordinato i boss ma non ho avuto il coraggio di dare fuoco al cadavere”. Il corpo trascinato per le scale e in strada ha lasciato una densa scia di sangue che gli affiliati hanno lavato con acqua e sapone, tutto pubblicamente. Nessuna denuncia. A tutto questo come si risponde? Non con decreti d’emergenza, il decreto Caivano è stato realizzato sotto effetto della necessità propagandistica di attuare un piano anticrimine da parte del governo, non è stato frutto di un tempo ragionato, non c’è stata interlocuzione con maestri di strada e operatori di associazioni che da anni operano in queste situazioni.

L’effetto boomerang - È stato un boomerang, doveva portare a un contrasto della criminalità minorile invece ha portato solo a un incremento del 50% dei detenuti minori in un anno impedendo nelle carceri qualsiasi percorso di riabilitazione serio. La sovrappopolazione carceraria non permette recupero, solo repressione. Un decreto disastroso che non si rivolge al recupero ma alla sola punizione, un decreto non fa alcuna distinzione tra il minore che fa un reato comune e un minore che quel reato lo fa ma in un contesto di criminalità organizzata, che punisce anche le famiglie con multe (che spesso vengono coperte dai clan).

Le luci del turismo - Napoli copre tutto sotto le luci del turismo, le friggitorie che l’hanno invasa, i tavoli che in ogni vicolo servono spritz ad ogni ora. Non porta questo overtourism una reale crescita, i profitti sono per i ristoratori e gli hotel, per i b&b in cui tutti i clan del centro storico hanno investito decidendo di abbassare l’impatto criminale su quartieri. Da un lato le famiglie si alleano per comprare abitazioni e ristoranti dall’altro non si è fermata la diffusione della coca che coni turisti si è alzata di prezzo creando tensione tra i gruppi. Il turismo così organizzato non porta borse di studio, non porta distretti industriali, non fa gemmare scuole alberghiere, non sta portando un aumento di contratti ma solo lavoro nero e anche se la camorra spara meno o spara meglio.

I boss e i giovani - La terribile e amara verità è che le organizzazioni criminali sono le uniche che investono sui giovani: danno stipendi sicuri, se criminalmente vali e percorri le tappe giuste il premio arriva, anche se alla fine del percorso ci sarà carcere e morte per molti questo da senso di vita e sicurezza economica. Le altre alternative, quelle legali cosa danno? Cosa promettono, cosa mantengono? In un mondo dove conta solo avere denaro ed esser fighi, poter comprare consenso e mettere paura, perché non affiliarsi? Tutto suggerisce questa scelta.