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di Giuseppe Pignatone

La Repubblica, 6 aprile 2022

Nel bilancio sociale della procura di Napoli ci sono tre aspetti esemplificativi per il funzionamento dell’attività dei tribunali: dal rapporto tra gip e pm ai tempi dei dibattimenti.

Di recente, la Procura della Repubblica di Napoli ha presentato il proprio bilancio sociale, il documento che rende conto ai cittadini dell’attività svolta, nonché dei criteri e delle scelte organizzative adottate. La dettagliata illustrazione di dati si presta a riflessioni generali e significative sia perché riferite alla procura con il più alto numero di magistrati nel Paese, sia perché essa opera in una realtà socio-economica variegata e con una presenza imponente delle organizzazioni criminali, anche di tipo mafioso.

In particolare mi sembrano interessanti tre aspetti:

1) Nel 2021, il gip ha accolto 981 misure cautelari sulle 1.307 richieste dalla Direzione distrettuale antimafia, pari al 75%, rigettando invece il restante 25%. Queste percentuali sono analoghe a quelle registrate alcuni anni fa dall’ufficio gip di Milano, e non solo testimoniano un controllo effettivo sul lavoro svolto dall’ufficio di procura, ma smentiscono anche l’affermazione gratuita - ma ricorrente nelle polemiche politiche e giornalistiche - secondo cui le decisioni del giudice delle indagini preliminari sarebbero di norma appiattite sulle posizioni del pubblico ministero. Peraltro, trattandosi di attività antimafia, è ragionevole ritenere che si tratti di procedimenti particolarmente complessi, seguiti perciò dai pm con particolare attenzione, specie con riferimento alle richieste cautelari, che infatti risultano formulate solo nel 40% dei procedimenti trattati.

2) Nello stesso anno, sono stati intercettati 9.773 “bersagli”, di cui 7.405 in procedimenti della Dda e 121 in materia di terrorismo. Il termine “bersagli” non indica singoli soggetti, bensì gli apparati (linee telefoniche fisse, cellulari, tablet e computer) e gli ambienti sottoposti a intercettazione. Dato che, specie nei contesti criminali, ogni persona dispone di diversi apparati, il numero dei soggetti intercettati è decisamente inferiore a quello dei “bersagli”. Dunque, cifre alla mano (come peraltro hanno riconosciuto anche alcuni avvocati), le intercettazioni coinvolgono un numero contenuto di persone, se confrontato con i tre milioni di abitanti del bacino del Distretto di Corte d’Appello, area storicamente pervasa dalle organizzazioni camorriste.

A fronte di questi dati concreti, si rivelano perciò infondati gli allarmi e le critiche sull’uso “ipertrofico” e “sfrenato” delle intercettazioni, che restano strumento irrinunciabile nelle indagini di mafia, specie dopo la drastica diminuzione del numero (e del livello) dei collaboratori di giustizia, il cui utilizzo in sede processuale continua a porre problemi non trascurabili. Anche i 1.367 “bersagli” intercettati nei procedimenti ordinari sono un numero contenuto, in relazione al numero di utenti del tribunale di Napoli (1,3 milioni di residenti) e all’elevato indice di criminalità locale. Un’altra conferma della pretestuosità delle polemiche sul punto e di come sia decisamente fuori luogo l’affermazione secondo cui “i processi si fanno solo con le intercettazioni”, dato che il controllo da remoto su qualche centinaio di persone avviene negli oltre 39mila procedimenti con indagati noti, cui si aggiungono i quasi 60mila fascicoli contro ignoti, indagini, anche queste, che non escludono affatto il ricorso alle intercettazioni.

3) Sui tempi di definizione dei procedimenti è più difficile formulare un giudizio complessivo, dato che la durata può variare in misura notevole, in relazione alla complessità della materia trattata e alle caratteristiche proprie di ogni caso. Tuttavia, il bilancio sociale fornisce due dati che meritano attenzione. Il primo: come ormai quasi tutti gli uffici medio-grandi, anche la procura di Napoli ha adottato, d’intesa con il tribunale e l’Ordine degli avvocati, criteri di priorità nella trattazione dei processi, ispirati a parametri di ragionevolezza e alla conoscenza puntuale delle realtà locali. Il secondo dato è che ogni anno la procura richiede l’archiviazione del 60% dei procedimenti contro indagati noti.

Un’azione di filtro consistente, dopo l’iscrizione a registro delle notizie di reato che, è bene ricordarlo, costituisce un obbligo di legge sanzionato disciplinarmente. Questa ‘scrematura’ non è tuttavia sufficiente, sia in relazione alla percentuale elevata di assoluzione dei rinviati a giudizio, specie davanti al giudice monocratico (40%), sia in relazione alla capacità di smaltimento del Tribunale (una delle cause dei tempi lunghi dei processi). È prevedibile, perciò, e auspicabile, che le richieste di archiviazione aumentino grazie alla riforma già approvata con legge delega dal Parlamento, che prevede il rinvio a giudizio solo quando gli elementi acquisiti consentano una ragionevole previsione di condanna.

Si tratta di una delle norme-chiave per ridurre il numero, e quindi la durata, dei processi da celebrare a dibattimento. La sua reale incidenza è tuttavia affidata all’interpretazione che ne daranno i magistrati e solo le statistiche dei prossimi anni diranno quali risultati avrà consentito di raggiungere.