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di Tino Palestra

Corriere della Sera, 15 dicembre 2025

Quello slogan che promette miracoli mentre i temi veri restano nel cassetto. Il dibattito sul referendum costituzionale promosso dal governo Meloni. Mi ero ripromesso di non intervenire sul referendum sulla giustizia (definizione già forzata, trattandosi di questioni riferite semmai all’assetto della magistratura) e da mesi mi lascio stoicamente scorrere sopra la testa le straparlate dei mille opinionisti che, con la riforma Nordio, vendono al pubblico giustizie più giuste, giudici che pagano i loro errori e persino giustizie più efficienti: ma quando, con slogan non molto dissimili, scendono in campo anche i “colleghi” della Camera penale (di molti dei quali ho stima personale e professionale sincera), non riesco a trattenermi.

Metto le mani avanti: premesso che è difficile che le due parti contendenti (la collettività lesa nei suoi diritti e la persona direttamente offesa dal reato, da una parte, e accusato/imputato/difensore dall’altra) abbiano la stessa opinione su quale sia la sentenza “giusta” di quel caso specifico, concedo in partenza che vi siano state (e continueranno purtroppo ad esservi) decisioni giudiziali - di condanna, ma soprattutto di assoluzione o archiviazione - frutto di sciatteria e di superficialità del giudicante, di scelta della “via facile” o più sbrigativa; è probabile che la personale “visione del mondo e della vita” del magistrato faccia capolino in alcuni giudizi valoriali che innervano la motivazione; e non invoco la scusante che esiti socialmente non apprezzabili del processo nascono molte volte da norme confuse, velleitarie e inadeguate, o da canoni procedurali che lo riducono a sport dialettico (e vinca il migliore!) invece che farne tentativo di ricerca della verità, unico scopo socialmente utile della giustizia penale; e non piangerò sulla imponente “mancanza di mezzi” che frustra ogni aspettativa di giustizia (ospedali psichiatrici che non ci sono, braccialetti elettronici che li smonta anche un bambino, tempi processuali biblici per la sproporzione tra aspettative e disponibilità delle risorse necessarie, “rieducazione” del condannato scritta sui sacri testi, ma certamente non conseguibile a costo zero: e mi fermo qui, trattandosi di cose arcinote).

Su questi problemi, la riforma non toccherà palla, e nemmeno si propone di farlo; persino la mitica “decorrentizzazione” dei magistrati, che le brochure del “Sì” propongono come scalpo da conquistare, riguarda un fenomeno potenzialmente riproponibile anche tra i pm, e in ogni caso non tocca il “dare giustizia”, salvo seria dimostrazione che determinati esiti giudiziari sono/sono stati figli delle relazioni politiche tra pm e giudice (e poi giudice di Appello, e poi giudice della Cassazione).

E non starò a richiamare l’ombra negativa di chi è stato devotamente osannato come padre illustre di questa riforma, con fitta schiera di eredi e aventi causa, anche se è vero che in una società che trascura il contenuto, e si concentra sulla sua comunicazione, il tema del pulpito non è così scindibile da quello della predica: e mi spingo più in là, consentendo che in mano a interpreti “perbene” la riforma potrebbe anche scivolare via senza particolari sfracelli sul sistema costituzionale vigente (quello del 1948, e dei suoi capitoli iniziali!). Ma per favore non si neghi l’innegabile, e cioè che - superata da tempo l’epoca delle relazioni interpersonali di chi si scambiava di funzione anche nel medesimo tribunale a “dimensione familiare” - la riforma obbedisce ad un tabù culturale secondo cui il sistema accusatorio - eretto ad unica possibile stella polare della “giustizia giusta” - imporrebbe a qualunque costo la separazione delle carriere (termine concettualmente blasfemo nel disegno costituzionale, anche se dal 2005 politici manovroni e magistrati “signori della guerra”, in gioiosa unità di intenti, hanno creato praterie di discrezionalità per costituire una gerarchia di capi e capetti, illuminati da quel potere su cui non tramonta mai il sole).

“Dio lo vuole!”: sembra il grido di Pietro l’Eremita, che risuona come parola d’ordine, irrilevante nei risultati, ma che consente di piantare la mitica bandierina. Ricorda il refrain dell’”oro da restituire al popolo italiano” (“oro alla Patria”? già sentito). Non se ne farà niente, ma lo slogan pubblicitario sprizza scintille (ed è comunque un dito negli occhi di quei burocratoni della Banca d’Italia, che troppe volte - ma come, neppure eletti dal popolo sovrano? - si permettono, come talvolta i giudici, di “remare contro”).