di Liana Milella
La Repubblica, 23 luglio 2021
L'ex procuratore aggiunto di Roma, direttore della rivista di Magistratura democratica Questione giustizia, sostiene il progetto. Ma non ne nasconde i limiti. Come direttore di "Questione giustizia", la rivista promossa da Magistratura democratica, lei ha ospitato interventi che non decapitano a priori la riforma Cartabia come fanno molte toghe. Lei come la vede?
"Ci sono ancora molti luoghi - e Questione Giustizia è uno di questi - nei quali non si è perso il vizio di ragionare, né la capacità di discernere, in un vasto progetto riformatore, le proposte positive e cariche di futuro e quelle frutto di compromessi incerti e destinati a complicare ulteriormente il quadro della giustizia penale".
Insomma, ci sarebbe del buono, ma anche del cattivo nella riforma?
"Innanzitutto è un vero sollievo non essere più costretti a riascoltare il trito ritornello delle riforme della giustizia a costo zero. Se le lentezze della giustizia penalizzano i cittadini più deboli e incidono pesantemente sul Pil e sulla competitività del Paese, allora sulla giustizia bisogna investire. Questa riforma finalmente lo fa, prevedendo nuove dotazioni tecnologiche e assunzioni di funzionari amministrativi, ma anche tecnici come informatici e statistici. E rilanciando il progetto organizzativo dell'Ufficio del processo, il team di supporto destinato a potenziare il lavoro dei magistrati".
Scusi, ma al recentissimo congresso di Md, tutte toghe rosse come lei, si sono sentite voci positive. Per esempio quella di Ezia Maccora e del probabile futuro segretario della corrente Stefano Musolino. Dicono che tutto il capitolo delle misure che riducono il ricorso al carcere e non portano tutto nell'imbuto del processo è da condividere. Ma basta questo?
"Mentre nella politica e nell'informazione vi è chi invoca "più carcere" o "più carceri" o "celle più chiuse nelle carceri", chi lavora sul campo sa che occorre battere altre strade. Puntando sulla giustizia riparativa - che rammenda gli strappi sociali prodotti dal reato risarcendo le vittime o la società - e su un ventaglio di sanzioni (anche ma non solo pecuniarie) che possono essere un deterrente molto più efficace per chi commette reati meno gravi e non violenti. Di qui il particolare apprezzamento nel congresso per questo capitolo della riforma. Così come è condivisa la valutazione politica della Ministra che ricorda ai magistrati che è insostenibile la difesa dello status quo".
Addirittura più d'uno ha proposto di fare anche un'amnistia per i reati fino a 4 anni...ma se la immagina la reazione di un Gratteri?
"Sul punto non c'è bisogno di scomodare Gratteri. Purtroppo, nel 1992, la politica si è di fatto privata di questo strumento con un'improvvida modifica dell'articolo 79 della Costituzione che oggi prevede una maggioranza di due terzi dei componenti di ciascuna Camera per le leggi di amnistia e indulto. Una maggioranza pressoché irraggiungibile in tempi di populismo penale".
Mi dica un po', ma chi dice che questa riforma è una "salvaladri" sbaglia? Dal Csm arriva un parere critico...
"L'obiettivo di questa riforma non è salvare questo o quello e tanto meno i ladri, ma di realizzare un processo penale di durata ragionevole. A questo scopo la commissione Lattanzi, nominata dalla Ministra, aveva delineato una strategia composta di più tasselli. Incisivi strumenti deflattivi del carico giudiziario (come l'archiviazione meritata e l'estensione delle ipotesi di tenuità del fatto e di messa alla prova dell'imputato). Un più ampio accesso ai riti alternativi, in particolare al patteggiamento. Una significativa riduzione delle impugnazioni. Filtri più rigorosi dei procedimenti destinati al dibattimento. Salvo che su quest'ultimo punto la "mediazione Cartabia" si è risolta in una parziale retromarcia, negativa per l'accelerazione dei processi".
E qui veniamo al nodo della prescrizione e della improcedibilità. Lei è stato un pm per tutta la sua vita, poi procuratore aggiunto a Roma e poi avvocato generale in Cassazione. Qual è il suo voto sul sistema dell'improcedibilità?
"La prescrizione è solo il punto di scarico finale di un processo penale lento e inceppato. Se si arretra sul versante della deflazione dell'insostenibile carico penale il nodo della prescrizione diventa inestricabile. E per non impiccarsi a questo nodo scorsoio bisogna lavorare a monte per ridurre il numero dei processi".
Ma non hanno ragione Conte e Bonafede quando, anche adesso, mettono in guardia dal rischio dell'impunità?
"Prima di concordare su questo allarme vorrei capire meglio che cosa propongono loro per diminuire e velocizzare i processi".
Bloccare la prescrizione in primo grado e poi imporre tempi certi per Appello e Cassazione farebbe morire il 50% dei processi come dice Gratteri? E l'allarme per la democrazia lanciato da Cafiero De Raho?
"Al punto in cui siamo i toni da crociata servono solo a produrre titoloni sui giornali. La stima numerica di Gratteri è esagerata, anche perché il problema riguarda i giudizi di Appello e non quello - molto più spedito - di Cassazione. E sopra le righe è anche l'allarme per la democrazia. Certo però la soluzione ibrida - che lega la prescrizione nel processo di primo grado e i termini di improcedibilità per Appello e Cassazione - rischia di non reggere in termini giuridici e pratici".
In che senso?
"Anche volendo ignorare i risultati paradossali che tale soluzione può produrre, è un fatto che molte corti di Appello non sono in grado di rispettare i termini di improcedibilità. E per quelle più virtuose non ci si può troppo fidare di "medie temporali" di smaltimento che possono soffrire eccezioni proprio per i processi più complessi e di maggior impatto. Per evitare che gli Appelli
rimangano in un limbo lunghissimo e inconcludente occorre una soluzione diversa".
Insomma, lei sostiene che i processi dopo il primo grado non possono finire in un limbo, ma scusi, a Napoli sono già nel limbo 57mila processi che aspettano l'Appello...
"Il modello italiano di prescrizione, radicato nella nostra tradizione, non merita di essere abbandonato. La rapida celebrazione dei giudizi di Appello può e deve essere incentivata facendo decorrere di nuovo il tempo di prescrizione e sommandolo a quello già maturato in primo grado se le Corti non rispettano i termini previsti dal legislatore".
Se dovesse passare una norma transitoria - l'hanno battezzata lodo Serracchiani - per cui per i primi due anni, in attesa delle risorse, gli Appelli potrebbero durare di più, tre anni, e poi a regime, dal 2024, avrebbero davanti due anni, le andrebbe bene per promuovere Cartabia?
"Mi sembra un escamotage per togliere le castagne dal fuoco a una politica che si è infilata in un vicolo cieco e rinuncia a uscirne con soluzioni serie e coraggiose. Se si perde quest'occasione pesteremo acqua nel mortaio ancora a lungo. E non sarà un bene per i cittadini".











