di Gabriele Cuonzo
Il Sole 24 Ore, 7 agosto 2020
Un aspetto centrale della patologia della nostra Pa è l'inefficienza della giustizia civile incompatibile con le dimensioni e la qualità della nostra economia. Per completare tre gradi di giudizio ci vogliono otto-dieci anni (in Germania circa due anni e mezzo). Anche i nostri tribunali più efficienti, nei casi più complessi, non riescono a completare il primo grado in meno di tre-quattro anni, un'eternità in confronto a paesi concorrenti come Regno Unito, Germania, Olanda, Francia e persino Spagna.
Questo quadro già fragile è stato messo a dura prova dall'epidemia, con il congelamento di gran parte delle attività giudiziarie e la proliferazione di ben 200 protocolli diversi elaborati dai vari uffici senza una efficace azione di coordinamento del governo. Ciò accade perché la giustizia in Italia non è concepita come un "servizio" fondamentale per l'economia, ma è piuttosto (come in genere nella nostra Pa) un segmento di burocrazia autoreferenziale non immune dagli interessi corporativi di tutti i soggetti coinvolti (in Italia abbiamo 240mila avvocati), restii a modifiche strutturali. Il risultato è un'accumulazione insostenibile di casi pendenti (3,3 milioni nel 2019) e una qualità media percepita dagli utenti molto bassa soprattutto nei casi più impegnativi sul piano istruttorio.
Il disegno di legge Bonafede del gennaio 2020 (l'ultimo di tanti tentativi di riforma nell'ultimo ventennio) pur avendo aspetti positivi, non è adeguato alla gravità della situazione. Il disegno di legge si concentra sulla modifica del processo civile usando come modello il più efficiente rito del lavoro. È un passo avanti meritevole di approfondimento, ma quello che serve è un cambio di visione che è assente nel progetto. Pensiamo a ciò che è avvenuto in Italia in altri settori che si pensava fossero altrettanto malati e incurabili come i trasporti (con l'alta velocità), le poste, i beni culturali. Qui, ad una cultura burocratica autoreferenziale è subentrata una visione customer focused che in pochi anni ha permesso risultati notevoli.
Occorre importare questa visione centrata sull'utenza anche nel settore della giustizia civile dotando i più importanti tribunali di impresa di personale e tecnologia, affidando il coordinamento dell'infrastruttura amministrativa e tecnologica a court manager distinti dai dirigenti magistrati. Che ciò sia fattibile senza stravolgere l'attuale normativa è confermato dall'Osservatorio conti pubblici italiani che in un recente contributo, firmato anche da esperti di altissimo livello come Mario Barbuto e Carlo Cottarelli, sottolinea l'importanza cruciale di una nuova visione, molto più attenta agli aspetti gestionali della giurisdizione.
Alle giuste osservazioni del Osservatorio occorre aggiungere che bisogna dare la priorità ai tribunali di impresa più importanti (in particolare Milano, Roma e Napoli) creando subito corsie ad "alta velocità" che possano rassicurare il grande business internazionale sulla affidabilità della giurisdizione italiana. Ciò richiede investimenti sia in tecnologia (bisogna disporre di aule attrezzate con dispositivi audio video per consentire udienze da remoto), che in formazione di giudici e personale amministrativo. Basterebbero però pochi milioni di euro per ottenere un effetto "promozionale" straordinario per la nostra economia.










