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di Francesco Bei


Il Secolo XIX, 28 dicembre 2019

 

Chi ha ascoltato la conferenza stampa organizzata ieri dal Pd sulla riforma della prescrizione ha capito benissimo che il governo non cadrà su questo. Il Pd non ha alcuna intenzione di usare il suo disegno di legge per scalzare di forza la "Spazza-corrotti" del ministro Bonafede grazie ai voti dell'opposizione. E sì che sarebbe facile, visti i numeri in gioco. Praticamente tutto il Parlamento, a parte i grillini, pensa peste e corna della riforma che ha cancellato l'istituto della prescrizione.

Il quale prevede, è bene ricordarlo, che un reato sia estinto "decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto. Tanti? Pochi?

Diciamo che per la maggior parte dei reati più gravi la prescrizione di fatto già non esiste. Per fare qualche esempio concreto: per un sequestro di persona a scopo di estorsione la pena edittale è dai da 25 a 30 anni, ma la prescrizione è di 60 anni perché il termine dei 30 anni è raddoppiato ex art. 157 del codice penale. Che arrivano a 63 anni dopo la riforma del Guardasigilli Orlando. Sessanta tre anni per avere giustizia: come se un processo per sequestro iniziato ai tempi di Vittorio Emanuele III finisse nel 2009, presidente Giorgio Napolitano.

Benissimo, ma il cittadino comune di solito ha in odio la prescrizione perché alcuni politici famosi, grazie a buoni avvocati, l'hanno fatta franca. E pensa che la prescrizione sia la regola per i reati dei colletti bianchi. Sbagliato.

Per la corruzione in atti giudiziari il reato si prescrive in 33 anni, per l'induzione indebita a dare o promettere utilità sono 18 anni e nove mesi, per la corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio (art. 319 c.p.), sempre 18 anni. Come detto, la prescrizione, per i reati di particolare allarme sociale, è una parola sull'acqua.

Resiste tuttavia come principio di civiltà giuridica, quello appunto di non essere processati a vita. Lo Stato pone un limite a sé stesso e alla propria capacità di "aggredire" un suo cittadino con la forza della legge. E quel limite è anche diacronico non solo fisico, costituisce una sorta di habeas corpus temporale. Come se lo Stato ammettesse: "Non sono riuscito a condannarti in 30 anni, ormai sei un'altra persona rispetto al presunto colpevole che pensavo tu fossi, basta. Mi fermo qui. E chiedo scusa alle vittime".

L'altra grande mistificazione è che i reati vengano prescritti per "colpa" degli astuti avvocati dei potenti di turno. In alcuni casi può essere andata così, ma una recente ricerca Ucpi-Eurispes ci dice invece che appena il 4% delle cause viene rinviato per impedimento del difensore o dell'imputato, mentre il 64% dei rinvii è dovuto a cause fisiologiche inerenti al funzionamento della giustizia. Detto tutto questo, torniamo da dove abbiamo cominciato.

Il governo non cadrà, il Pd sulla prescrizione continuerà a mordere ma senza i denti. Una timidezza dovuta a tre fattori. Il primo è che una parte di dirigenti (ed elettori) dem è permeata dalla stessa cultura giustizialista che anima i Cinque Stelle. Non a caso era il Pds, poi Pd, prima della nascita del movimento di Grillo, il partito dei giudici.

La seconda ragione è che il giustizialismo è l'ultima ridotta identitaria rimasta ai Cinque Stelle, dopo aver rinnegato le altre istanze delle origini. È però una ridotta ben difesa e il primo a saperlo è proprio Zingaretti. Il Pd è consapevole che può portare a spasso il M55 su molte cose ma non può toccare quella che resta la vera essenza dei grillini, pena la caduta del governo.

E sarebbe anche una nobile caduta per Di Maio poter dire di essere stato sbaragliato sulla giustizia da un'alleanza mostruosa tra Salvini, Berlusconi, Renzi e il Pd. La terza ragione della timidezza dem risiede nella speranza che a fare il "lavoro sporco" ci penseranno i giudici della Consulta, non appena saranno investiti della questione. Ma se la prescrizione venisse "resuscitata" dai giudici costituzionali sarebbe un'ennesima sconfitta della politica, incapace di fare il suo mestiere: trovare un compromesso ragionevole tra opinioni diverse.