di Valter Vecellio
lindro.it, 29 settembre 2022
Il tema è stato abbondantemente ignorato un po’ da tutte le forze politiche che si sono presentate alle elezioni che ci si è lasciati alle spalle. La Giustizia, lo stato semi-comatoso in cui versa da decenni, le riforme possibili, la situazione delle carceri, continuano a essere una sorta di Cenerentola. Quando poi se ne parla e discute, molto spesso è in toni perentoriamente forcaioli e liberticide, il famoso “sbatteteli in galera e buttate via la chiave”.
Preoccupati da questo atteggiamento di stolta indifferenza, alcune organizzazioni da sempre in prima fila nella difesa dei diritti civili e umani (“Sbarre di zucchero”, “Nessuno Tocchi Caino”, “Voci di dentro”, “Diritti umani dei detenuti calpestati da uno stato assente”, “Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia”, “Ristretti Orizzonti”), hanno elaborato un documento, significativamente ignorato dai grandi network e mezzi di informazione e comunicazione.
Si rileva con preoccupazione che dall’inizio dell’anno, in questi quasi nove mesi, ben 65 persone si sono uccise nelle loro celle: 16 avevano tra i 20 e i 37 anni, 8 avevano oltre cinquant’anni, tra loro quattro donne. Una persona ogni 4 giorni ha infilato la testa attorno a un cappio o ha inalato il gas del fornellino. Nel solo mese di agosto una persona si è suicidata ogni due giorni. Morti di solitudine, paura, disperazione, angoscia. Perché senza speranza. Morti di galera. “Persone”, si legge nel documento, “diventate vittime di un sistema carcere mantenuto in piedi, nonostante i suoi risultati spesso fallimentari, da chi non vuole vedere e da chi non sa gestire il disagio con i giusti strumenti di una società civile, che dovrebbero essere innanzitutto medici, educatori, insegnanti. E poi con politiche per l’inclusione e per l’inserimento sociale e lavorativo. Morti di galera. Morti in una galera dove con la morte e la sofferenza si convive giorno dopo giorno”.
Per questo motivo si chiede “che la società non si volti dall’altra parte (non tutta ma tanta parte lo fa) e che si renda conto che, suicidio dopo suicidio, si sta reintroducendo di fatto la pena di morte cancellata con l’entrata in vigore della Costituzione italiana il 1 gennaio 1948. Allo stesso tempo chiediamo che sia finalmente applicato l’articolo 27 della Costituzione al secondo e al terzo comma dove si afferma che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva e che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
In particolare, undici le richieste che si avanzano: che si combatta in tutti i modi l’isolamento del sistema carcere, favorendo sempre di più l’ingresso negli istituti della società civile; che le donne in carcere siano rispettate e non schiacciate in un sistema e una organizzazione prettamente maschili; che diventi realtà l’affermazione che nessuna mamma con bambino deve più stare in cella; lo si è detto troppe volte, è ora di tradurlo in pratica; che sia agevolata l’organizzazione di corsie laboratori gestiti dalle associazioni di volontariato, e la vita delle carceri non finisca alle tre del pomeriggio, come succede ancora in moltissimi istituti; che il sistema sanitario prenda in carico davvero le persone e le curi come meritano tutti gli esseri umani, e che ci si ricordi sempre che chi è malato gravemente non deve stare in carcere; che vengano aumentate le ore di colloqui settimanali e liberalizzate le telefonate come accade in molti paesi d’Europa, con telefonini personali per ciascun detenuto abilitati a chiamare parenti e avvocati: non si tratta di un lusso, ma di un po’ di umanità e di rispetto della sofferenza, anche quella delle famiglie; che vengano assunti in misura adeguata operatori, come psicologi ed educatori, che oggi sono del tutto insufficienti; che venga depenalizzato il consumo di sostanze stupefacenti, perché la legge attuale sulle droghe porta spesso in carcere persone che non ci dovrebbero stare; che venga posto un limite all’uso della custodia cautelare - un vero e proprio abuso visto che l’Italia è il quinto Paese dell’Unione Europea con il più alto tasso di detenuti in custodia cautelare, il 31%, ovvero un detenuto ogni tre; che venga rispettato lo stesso Ordinamento penitenziario, che a più di quarant’anni dalla sua emanazione è ancora in parte inapplicato, come ad esempio là dove parla di Consigli di aiuto sociale, che dovrebbero occuparsi del reinserimento delle persone detenute nella società e non sono mai stati istituiti; che vengano sviluppati e rafforzati programmi per il reinserimento delle persone che escono dal carcere con le misure di comunità, che poi sono l’unico modo vero per porre un freno alla recidiva.
Chissà se l’esecutivo prossimo, guidato da Giorgia Meloni, presterà almeno ascolto a queste richieste. I promotori ricordano che “alla base di tutto restano però dei principi di civiltà: la sicurezza si raggiunge facendo prevenzione, la prevenzione si fa migliorando la qualità di vita nelle carceri”.
Un problema di non poco conto è costituito dalle scarse risorse; per cui nelle carceri rischia di crollare l’essenziale sistema costituito dal volontariato.
Negli ultimi due anni si è assistito a crollo verticale del volontariato in carcere che ha fatto crescere il rapporto tra volontari e detenuti, da 1 a 3,1 del 2019 a 1 a 5,4 nel 2020. Le flessioni maggiori per quello che riguarda le attività religiose (- 61,3%), le attività di formazione e lavoro (- 60,5%), le attività sportive, ricreative e culturali (- 56,5%).
Sono dati che si ricavano dalla ricerca “Al di là dei muri”, curate dalle Acli. Il presidente Emiliano Manfredonia, nella nota introduttiva segnala che il senso di questo primo report “consiste essenzialmente nel documentare quello che le organizzazioni di quel mondo composito cechiamo Terzo settore stanno già operando all’interno della realtà penitenziaria e di come esse tendano ad accompagnare i detenuti in un percorso che è indubbiamente afflittivo, ma che deve essere finalizzato alla prospettiva della risocializzazione una volta espiata la pena”.
Attualmente il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria spende il 97% dei fondi ad esso assegnati per mantenere gli oltre 200 istituti di pena del territorio, quasi 3 miliardi ogni anno. “Un investimento a perdere se si calcola l’altissimo tasso di recidiva, che porta gli stessi soggetti ad affollare nuovamente le stesse strutture dalle quali dovevano uscire invece rieducati e reinseriti nel contesto sociale”, si sottolinea nel rapporto.
Il Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, per il 2020, disponeva di un budget di oltre 3 miliardi di euro (un terzo del bilancio complessivo del ministero della Giustizia). Denaro per il 77,98% destinato ai costi del personale; per la voce “Mantenimento, assistenza, rieducazione e trasporto detenuti” stati stanziati 279 milioni di euro (il 9,28% del budget del Dap). A fronte di investimenti così limitati, il ruolo del volontariato diventa cruciale: le organizzazioni del Terzo Settore forniscono una pluralità di servizi, coinvolgendo migliaia di persone. Vanno poi considerati gli interventi realizzati con fonti di finanziamento esterne: enti locali, fondazioni, aziende, che sostengono le attività delle organizzazioni del Terzo Settore nella realizzazione di progetti all’interno delle carceri, in particolare nel settore del lavoro e della cultura.











