sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Alessandro De Angelis

La Stampa, 22 luglio 2025

Al Senato atteso l’ok alla riforma simbolo della legislatura: un risultato a tempi di record mentre sulle carceri c’è solo il piano. La vivono, nel centrodestra, come una giornata storica. E infatti, per prepararla, ieri il guardasigilli Carlo Nordio si è confrontato a lungo con Giorgia Meloni. A Palazzo Madama passerà in seconda lettura la riforma della giustizia. Poi, resta la cosiddetta “doppia conforme”. Ovvero un passaggio alla Camera e uno al Senato, ma solo per un “sì” o un “no”, senza esame di merito e possibilità di emendarla. A occhio, entro l’inizio del prossimo anno, dopo la sessione di bilancio, sarà licenziata in via definitiva per andare a referendum (senza quorum) a giugno. Di lì, l’inizio della lunga campagna elettorale per le politiche.

Al cdm, a seguire, a meno di clamorose sorprese, sarà varato il piano carceri, che prevede la realizzazione di diecimila posti in più e sconti di pena per buona condotta. Arriva dopo anni di annunci e di misure inefficaci: prima l’impegno a costruire nuove strutture (mai realizzate), poi la nomina di un commissario che ha varato solo un mini-piano di 384 posti, da ricavare attraverso prefabbricati nei cortili, poi ancora il decreto per favorire l’ingresso in comunità di tossicodipendenti senza casa, misura mai partita.

Insomma, il governo della realtà corre lento come i cantieri da aprire per costruire nuovi padiglioni nei principali carceri italiani. L’ideologia va veloce. L’approvazione odierna della riforma sulla separazione delle carriere è il passaggio più rilevante politicamente, perché chiude la fase in cui si poteva discutere e cambiare. Cosa mai avvenuta su un provvedimento che ha marciato a tappe forzate. Il più delicato, perché tocca la Costituzione, è quello che è andato più spedito non solo delle carceri, ma anche di parecchie leggi ordinarie. Un unicum: poco più di un anno dall’approvazione nel consiglio dei ministri dello scorso maggio, compreso il passaggio alla Camera. E probabilmente sarà l’unica “grande riforma” varata nella legislatura. Il premierato è scomparso dai radar, forse perché di fatto c’è già, in un governo che è un “one woman show”. E alla gente sembra andare bene così. Portarla a votare controvoglia su una cosa che non è in cima ai suoi pensieri, può sembrare una provocazione e un rischio. L’Autonomia, ultimo omaggio postumo alla Lega anni Novanta, è stata sepolta dalla Corte. E, anche in questo caso, nessuno nel paese si straccia le vesti.

In verità non se le straccia nemmeno sulla giustizia, però dentro quell’impalcatura normativa c’è un coacervo di culture: il nuovo trumpismo, con l’idea che in virtù dell’unzione popolare si possa esercitare il potere senza vincoli, e il vecchio berlusconismo. Ci provò più volte il Cavaliere, ad approvare la “grande riforma della giustizia” fondata appunto sulla separazione delle carriere: “Il pm - diceva - per parlare con il giudice deve fissare un appuntamento, entrare con il cappello in mano nel suo ufficio e magari dargli del lei”. Ma non ci è mai riuscito. L’ultima, nel maggio del 2011, ci provò dopo la bocciatura del “lodo Alfano” che dava l’immunità alle alte cariche, ma a novembre cadde il governo. Allora c’era Ilda Boccassini ad indagare su Ruby, che non era la nipote di Mubarak, e sulle cene, che tutto erano fuorché eleganti. Oggi la procura di Milano indaga invece sulla giunta di Beppe Sala, sui suoi conflitti di interesse e le sue ipotesi di corruzione. Un colpo al cuore della sinistra nella capitale economica del paese, il cui impatto simbolico, per quel che rappresenta Milano, va oltre i confini dell’inchiesta.

Ecco, quel che accade a palazzo Marino è al tempo stesso una conferma e una smentita. Conferma l’autonomia della magistratura, anche di quella procura che è stata rappresentata come un plotone di esecuzione contro il centrodestra. Smentisce palazzo Madama, lì dove la riforma e la grancassa che l’accompagna è vissuta come una resa dei conti storica con le “toghe rosse”. Ricapitolando: a Palermo c’è un legittimo ricorso, per motivi di diritto, su Matteo Salvini e a Milano si indaga sulla giunta di centrosinistra. Come l’anno scorso si indagò su Giovanni Toti, di centrodestra, e sulla giunta di Michele Emiliano o sul Comune di Bari, entrambi di centrosinistra. E su Bibbiano, a proposito di separazione delle carriere, i giudici hanno smontato le ipotesi accusatorie dei pm, proprio come accaduto su Open Arms. Il sistema, in quanto ad autonomia e indipendenza, funziona. Ma più della realtà conta lo scalpo simbolico.