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di Veronica Passeri

La Nazione, 8 febbraio 2026

L’ex presidente della Consulta: coniugare velocità e tutele è la sfida più complicata. “Il mio rimorso? Non essermi occupato a sufficienza della situazione delle carceri”. Professor Giovanni Maria Flick, ex Guardasigilli ed ex presidente della Consulta, riformare la giustizia, tenendo insieme efficienza e tutela dei valori, è una sfida che ha sempre incontrato molte resistenze, perché secondo lei? “Qualità, velocità ed efficienza è, ad esempio, la sfida che ha l’Intelligenza artificiale che si propone l’idea di realizzare un sistema in cui siano d’accordo tutte queste cose: è la cosa più difficile che si possa fare. L’efficienza invoca la semplificazione al massimo, la tutela dei valori evoca una profondità di ragionamento di fronte alla quale l’efficienza può doversi arrendere, quindi è normale che una parte si schieri per l’efficienza e una per la velocità”.

A volte sembra una lotta “per cavilli” tra il governo di turno e la magistratura, è così?

“È una lotta per cavilli, perché il problema più difficile è trovare un equilibrio tra i diritti e gli interessi, tra i diritti tra di loro, tra gli interessi tra di loro perché, ad esempio, vi è l’interesse alla velocità della sentenza che può urtare con l’interesse alla profondità dell’accertamento e della garanzia. Tutti abbiamo l’interesse al processo più veloce possibile, però abbiamo anche l’interesse al processo più garantito possibile, con tre se non quattro gradi, considerando Strasburgo”.

C’è anche una resistenza di tipo corporativo da parte della magistratura alle riforme?

“Può essere benissimo, ma ci troviamo di fronte a una situazione nella quale la legge presenta notevoli carenze, il giudice la deve applicare, ma spesso e volentieri l’applicazione della legge richiede delle acrobazie. C’è lo scontro tra quello che io chiamo il diritto morente della legge e il diritto vivente dell’interpretazione giurisprudenziale. Il rifugiarsi nei cavilli è un modo molto umano, purtroppo, per sfuggire ai problemi. Tutto questo può tradursi in una serie di dispute tra magistrati e politica. Va trovato un punto di equilibrio, bisogna impiegare molto buon senso e capacità di studio senza arrivare alle esasperazioni interpretative: per riformare la giustizia ci vuole tanta volontà per mettersi d’accordo, non è irriformabile, ma dobbiamo partire e tenere sempre presente la Costituzione”.

A proposito di vuoti legislativi c’è stata una latitanza della politica?

“Molto consistente! La giurisprudenza interviene proprio per cercare di coprire le carenze della legislazione, però dove finisce il limite dell’interpretazione evolutiva consentita e dove comincia l’interpretazione creativa del giudice non consentita?”

C’è qualcosa che si dispiace di non aver fatto da Guardasigilli?

“Tantissime. La prima di non essermi occupato a sufficienza del carcere o meglio ho deciso occuparmi prima del processo e poi della pena”.

Cosa pensa del panpenalismo introdotto dai decreti Sicurezza?

“Quella che per tradizione viene considerata e deve essere l’extrema ratio, ovvero l’uso del carcere, viene considerata invece il fatto principale; ovvero si affrontano i problemi, del diverso, del migrante, del ragazzo, del deviato, del disoccupato, del malato e dell’anziano, con la minaccia e non dal punto di vista della dimensione sociale, come vuole la Costituzione: siamo tutti uguali, con pari dignità nonostante le diversità di ciascuno di noi. L’esperienza storica ci dice che chi sconta la pena in carcere ha un tasso di recidiva del 70% rispetto a chi la sconta attraverso le misure alternative, recidivo al 30%. Il fatto che il governo o la maggioranza che lo sostiene abbiano teorizzato il principio della panpenalizzazione e della pancarcerizzazione è una cosa che la Costituzione non prevede assolutamente. Anzi, la Carta parla di pene che devono tendere alla rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Il tempo e lo spazio ci costringono a questa brevissima riflessione mentre vi sarebbe da dire molto di più di fronte alle condizioni della giustizia, del processo e della sua lentezza, della pena e del carcere, proprio per questo non intendo intervenire su un tema cruciale come quello del referendum di cui tanto (forse troppo) si discute in questi giorni”.