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di Marco Grasso

Il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2025

Coprono il 90% dei dibattimenti penali e il 50% come giudici nei tribunali. “Intervenga Mattarella”. Di fatto sono un terzo della magistratura: 4500, che si aggiungono ai poco meno di 10 mila magistrati togati. Pochi lo sanno, ma buona parte del lavoro dei palazzi di giustizia è svolto dai magistrati onorari. Per avere un’idea, portano avanti fino al 90% dei dibattimenti penali per conto delle Procure, e circa il 50% come giudici. In ambito civile si occupano delle cause sotto ai 50 mila euro, circa la metà del contenzioso. Per anni sono stati i precari della giustizia, pagati a cottimo, senza contribuzione o malattia, non reclutati attraverso concorsi. Erano stati pensati come un rimedio temporaneo, che nella più classica delle situazioni all’italiana è diventato nel tempo definitivo, senza però una vera e propria formalizzazione. Fino a diventare un problema.

Non potendo essere aggregati alla magistratura ordinaria, che viene selezionata attraverso un concorso, di proroga in proroga quell’incarico temporaneo si è trasformato in un lavoro a tutti gli effetti, molti magistrati onorari sono stati responsabili di ruoli giudiziari. Ma senza un riconoscimento contrattuale. Ecco perché a un certo punto sono cominciate le prime cause di lavoro che hanno portato all’apertura una procedura d’infrazione aperta dall’Unione europea. Per sanare la situazione il governo Draghi aveva definitivamente varato dei concorsi ad hoc, ma ora un ddl voluto dal ministro Carlo Nordio, in discussione al Senato, ha rimesso in discussione i compensi previsti e rischia di riportare i giudici onorari sul piede di guerra.

I concorsi, indetti per assorbire il bacino di precari, tenevano inizialmente in considerazione il criterio di anzianità: erano previste retribuzioni fino a 33 mila euro lordi per coloro che erano da più tempo magistrati onorari. “In qualche modo era una forma di riconoscimento di un indennizzo, anche perché l’accettazione dell’incarico implicava la rinuncia al contenzioso - spiega Maria Giovanna Miceli, viceprocuratore onorario a Lecce e membro del direttivo Amne, associazione magistrati onorari non esclusivisti -. In quel modo, previsto dalla legge Cartabia, si andava anche incontro a quanto richiesto dall’Europa”.

Il governo Meloni decide però di rimettere mano alla disciplina dei magistrati onorari. E di introdurre due categorie: gli esclusivisti e i non esclusivisti. I primi sarebbero i magistrati onorari che rinunciano a svolgere altre professioni, a cui viene riconosciuta una retribuzione di 58 mila euro lordi annui (quasi il doppio di quanto previsto originariamente). Gli altri (che sono 2400, cioè più della metà del totale) sono coloro che continuano a esercitare altre professioni, tipicamente l’avvocato in altri distretti, l’insegnamento o compiti in altre amministrazioni pubbliche: questa categoria, assimilata a un part time, viene penalizzata nel trattamento, con un tetto di retribuzione abbassato a 25 mila euro. “È un sopruso inaccettabile - dice ancora Miceli - Praticamente prima viene indetto un concorso, poi, una volta concluso, e una volta che le persone che vi hanno partecipato rinunciano al contenzioso legale, vengono cambiate le condizioni in peggio. Senza contare che se si tiene in considerazione il costo del lavoro orario, c’è una chiara discriminazione per chi sceglie il tempo parziale. Molti di noi non sono in condizioni di lasciare l’altra professione che svolgono perché magari hanno versato contributi per anni, che in questo modo andrebbero perduti. Lo Stato italiano rischia una nuova ondata di cause sul lavoro. Abbiamo mosso questi rilievi in tutte le sedi, ma nessuno ci ha ascoltato. Nei prossimi giorni invieremo una lettera anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella”