di Riccardo Polidoro*
Il Dubbio, 7 dicembre 2021
"Dove eravamo rimasti?", l'indimenticabile frase pronunciata da Enzo Tortora il 20 febbraio 1987, quando ritornò sugli schermi Rai, è stata riproposta dall'Unione Camere Penali Italiane, al Convegno sulla Riforma Penitenziaria, che si è tenuto a Roma il 3 e 4 dicembre scorsi. Rivolgendo il suo pensiero ai detenuti, il presentatore aggiunse "questa cara buona gente che mi ha offerto quello che poteva ed io sono qui anche per loro, che parlare non possono e sono molti e sono troppi".
I detenuti sono ancora molti e, certamente, sono ancora troppi, rispetto alla capienza regolamentare, né è mutato l'atteggiamento ostile della politica nei loro confronti. Ma "il dove eravamo rimasti?" dei penalisti italiani vuole anche evidenziare l'incomprensibile - se non per biechi motivi politici - percorso di una Riforma Penitenziaria, annunciata da tempo e già di fatto in gran parte scritta con l'articolato elaborato dalla Commissione Giostra, che non ha trovato attuazione. Eppure le ragioni di una sua realizzazione, non sono poche e tutte di alto profilo: la palese violazione di principi costituzionali e dello stesso Ordinamento e Regolamento Penitenziario, le ripetute condanne della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e non da ultima il rispetto della dignità delle persone.
Una due giorni, quella di Roma, ricca di importanti presenze: il garante nazionale, Mauro Palma; i professori Glauco Giostra, Franco Della Casa, Laura Cesaris, Gianluca Varraso, Daniele Vicoli, Luca Zevi; i magistrati di sorveglianza Antonietta Fiorillo e Fabio Gianfilippi; per l'amministrazione penitenziaria Riccardo Turrini Vita, Lucia Castellano, Carmelo Cantone e Roberto Piscitello; il presidente della Cassa delle Ammende Gherardo Colombo; per le associazione e il volontariato, Rita Bernardini e Ornella Favero; gli avvocati Francesco
Petrelli, Gianpaolo Catanzariti, Gabriele Terranova, Antonella Calcaterra, Veronica Manca e chi scrive. I lavori sono stati conclusi dal Sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto e dal Presidente dell'Unione Camere Penali, Gian Domenico Caiazza. Moltissimi i temi affrontati, tutti con un comun denominatore: la necessità di un urgente intervento, più volte annunciato ma mai realizzato, mentre il sistema penitenziario è al collasso. Sono stati ricordati l'altissimo numeri di suicidi e di morti - più di uno a settimana - e gli ultimi agghiaccianti episodi. Tra gli altri: l'assenza d'informazioni all'indomani della pandemia; la "mattanza" di Santa Maria Capua Vetere; il parto senza alcuna assistenza della detenuta a Rebibbia; lo scandalo del reparto Sestante nel carcere "Le Vallette" di Torino. È stata rilevata la mancata applicazione di numerose norme dell'Ordinamento Penitenziario, previste sin dalla sua entrata in vigore, nel 1975.
È stata denunciata l'assurda e incomprensibile prassi di nominare a Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria un Magistrato e tra i 14 nominati, ben 12 provenienti dall'Ufficio di Procura e tra questi molti della Direzione Antimafia. Come dire: unico interesse è la sicurezza, mentre il recupero sociale del detenuto, pur previsto in Costituzione non c'interessa!
Logica vorrebbe, invece, che quella che potrebbe essere definita "la più grande azienda d'Italia" (con una sede centrale il Dap, filiali regionali i Prap e circa 200 istituti di pena dove sono rinchiusi circa 60.000 persone che chiedono di lavorare), fosse gestita anche da un imprenditore, un manager pubblico che sappia far funzionare questa enorme realtà secondo i principi costituzionali, producendo quelle risorse di cui si lamenta sempre l'assenza e restituendo al Paese donne e uomini diversi da come sono entrati in carcere. Obiettivo questo primario, per il benessere dei cittadini. Ma il punto dolente degli ultimi anni è l'imponente numero di commissioni ministeriali.
Dopo la sentenza Torreggiani, che ha condannato l'Italia per trattamenti disumani e degradanti nei confronti dei detenuti, i vari ministri della Giustizia sono stati formalmente ispirati ed hanno messo in atto: la Commissione "per elaborare proposte d'interventi in materia penitenziaria"; gli Stati Generali dell'Esecuzione Penale, con 18 Tavoli tematici (equivalenti a 18 commissioni); dopo la Legge delega del Parlamento al governo: 3 Commissioni ministeriali, tra cui quella "per la riforma dell'ordinamento penitenziario"; la Commissione "per l'architettura penitenziaria". Ben 23 Commissioni, i cui atti non sono stati presi nella dovuta considerazione e oggi giacciono negli scantinati del ministero della Giustizia, alla corrosiva attenzione dei topi. Oggi è al lavoro un'ulteriore Commissione ministeriale "per l'innovazione del sistema penitenziario".
Il nostro augurio è che l'attesa dei topi, sia vana. Un "bla, bla, bla" inutile: "elaborare proposte"," riformare", "innovare", ma nulla realmente accade. Una politica sorda e cieca, che vuole cittadini ignoranti e forcaioli, contro ogni elementare principio costituzionale. I penalisti italiani hanno più volte indicato la strada da seguire e non si stancheranno mai, sapendo di essere nel giusto. Continueranno a seminare - come ha tenuto a sottolineare il Presidente Gian Domenico Caiazza - nel silenzio sempre più assordante di altri che, anche per il loro ruolo, dovrebbero denunciare l'assoluta urgenza di una vera e irrinunciabile riforma.
*Responsabile Osservatorio Carcere Ucpi









