di Enzo Augusto
Gazzetta del Mezzogiorno, 10 luglio 2025
Louis Ferdinand Céline diceva a un amico Giudice “Sii giusto, ma sii almeno arbitrario”. Gli studiosi si sono ovviamente interrogati sulla effettiva paternità e sul significato della frase. Qualche dubbio che sia effettivamente sua, resta, ma comunque i critici ne ritengono verosimile l’attribuzione perché il concetto rientrerebbe nel pensiero dell’Autore, il suo nichilismo, e quindi sfiducia e diffidenza nella Giustizia come in tutte le istituzioni.
Amo molto Céline. Con un certo snobismo politico culturale lo leggevo e apprezzavo anche quando era (e forse lo è ancora per certi versi) un Autore “proibito”. Accusato di filonazismo, collaborazionismo, antisemitismo pétainismo (tutti gli ismi possibili insomma) ed era messo al bando dalla cultura tradizionalista e bacchettona di sinistra. È un grande scrittore, invece, che scandaglia come pochi l’animo umano sottoposto alle prove dure della guerra, della miseria, dell’esistenza tout court. Mi piace Céline, quindi, ma interpreto la sua frase in maniera diversa, in un senso che mi sentirei maggiormente di condividere.
La Giustizia deve essere giusta, certamente, ma deve avere anche un alone di sacralità. Questo, secondo me, ci vuol trasmettere l’Autore. Anche senza ricorrere alle parrucche dei Tribunali anglosassoni, per parte mia sono convinto assertore dall’uso delle toghe, anche nei giudizi civili e, in tutti i luoghi in cui si amministra Giustizia, contestando e avversando comunque ogni forma di sbraco, colleghi in jeans sdruciti e felpe, e comunque abbigliamento casual e non consono. Sacralità, quindi, ma anche un senso di imprevedibilità, di fatalità, di ineluttibilità. Non a caso la Giustizia viene effigiata con la spada, ma bendata. Non guarda in faccia a nessuno.
Ecco, se devo fare un’osservazione dopo decenni di professione, devo prendere atto che di sacrale, nell’amministrazione odierna della Giustizia, è rimasto ben poco. Non parlo solo dei giudici, ovviamente. Parlo degli avvocati, dei funzionari, degli utenti. È rimasto poco, negli operatori della giustizia, della funzione di “missione” (meno male! dirà qualcuno. Ma il senso è diverso). Molta routine, ordinaria amministrazione. La giustizia come il catasto o qualsiasi ufficio pubblico. Fare il proprio dovere, lavorare il meno possibile, ma senza l’assillo, e la pressione di assolvere a una Funzione fondamentale, a un Servizio da cui dipende la vita delle persone.
C’è, in questo, molto di atteggiamento generazionale, ovviamente. I giovani non vedono più nel lavoro e in quello che il lavoro rappresenta la realizzazione degli interessi primari. Il sogno della pensione, per cinquatenni o giu di li’, la dice lunga sulle motivazioni professionali. L’Intelligenza Artificiale promette ancora più tempo libero. Le ricerche, le difese (e temo presto le sentenze) vengono/verranno affidate alla tecnologia. Che talvolta può fare anche meglio, ma spegne la creatività e la responsabilità che sono alla base di ogni professione intellettuale.
Dove porta questo lungo preambolo divagante? A dire che le questioni, le discussioni, le polemiche, sulla riforma della Giustizia, trascurano l’elemento a cui facevo riferimento prima. La sacralità della funzione ma anche, e soprattutto, la consapevolezza che amministrando la giustizia si deve rendere un servizio fondamentale ed efficiente. Indispensabile ma, per certi aspetti, sacrale. Questa ottica credo che manchi completamente nella discussione. L’amministrazione della giustizia va quindi bene così com’è? Questa è la domanda.
Ritardi. Lungaggini, costi, errori (che sono umani e ci stanno, ma non quando sono frutto di superficialità, noncuranza, senso di superiorità e disinteresse al confronto) allontanano i cittadini dalla giustizia. Cresce il numero dei cittadini che non votano, ma non votano anche per sfiducia nelle istituzioni che percepiscono inefficienti, lontane e disinteressate ai loro bisogni.
Va tutto bene o bisogna che qualcosa cambi? Certo, la riforma del Governo qualche problema lo crea, soprattutto per i magistrati, per loro indipendenza e autonomia. Non sono rose e fiori. Ma non sarebbe utile e opportuno fare qualche autocritica, anche da parte della sinistra che è stata al governo? Se non c’è autocritica e consapevolezza della necessità del mutamento, se non c’è cambiamento dall’interno, o quando lo si può fare in termini positivi, poi viene sempre un cambiamento dall’esterno, in peius, in maniera conflittuale.
A un cittadino, diciamolo onestamente, della separazione delle carriere e del sistema di elezione del CSM interessa poco, per non dire niente. Gli interessa che la giustizia funzioni. E la Giustizia, questa è la domanda, funziona? Funziona bene? Ha, o non ha, bisogno di cambiamenti? Diceva Corrado Guzzanti, la mitica Vulvia, “se vuoi cambiare la televisione devi andare al negozio”. Per cambiare l’amministrazione della Giustizia, dove bisogna andare?











