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di Francesco Petrelli*

Il Fatto Quotidiano, 3 agosto 2022

È ormai diventata la crisi dimenticata per antonomasia, potremmo dire. È la “diaspora” dei rifugiati siriani, che ancora oggi, dopo la fine di un conflitto che ha fatto quasi 400 mila di vittime, non possono tornare nel proprio paese perché semplicemente è ancora distrutto. Una tragedia a cui la comunità internazionale e l’Europa hanno ormai voltato le spalle, pur riguardando milioni di famiglie allo stremo che, dopo aver trovato scampo alla guerra nei paesi al confine con la Siria, stanno perdendo ogni speranza. Oltre 1,3 milioni vivono tutt’ora in Giordania, spesso senza riuscire a trovare un lavoro o sommersi dai debiti. Adesso più che mai.

Dieci anni dopo, nel campo di Za’atari in 80 mila sono allo stremo - Per oltre 80 mila di loro il campo di Za’atari è diventato casa, la propria città, da dieci anni esatti: 12 distretti, 38 scuole, negozi e servizi pubblici si sono sviluppati negli anni per garantire la sopravvivenza di chi ha trovato qui un rifugio, che oggi rischia di diventare permanente.

“Quando siamo arrivati abbiamo pensato che saremmo potuti tornare presto a casa, ma siamo ancora qui”, racconta Amira, che ha visto il campo crescere intorno a lei. È una popolazione giovane, troppo, quella che vive in quello che nel tempo è diventato uno dei campi profughi più grandi al mondo. Oltre la metà è composta da bambini, alcuni sono nati qui. Molte famiglie, il 42%, ha almeno un familiare con disabilità, in molti casi l’orrendo frutto della guerra.

E anche qui, come per gran parte delle persone che nel mondo hanno dovuto lasciarsi un’intera vita alle spalle, l’impatto della crisi alimentare globale è in questo momento devastante. Secondo le stime delle Nazioni Unite oltre un terzo dei rifugiati del campo ha dovuto ridurre il numero di pasti e tanti sono costretti a indebitarsi anche solo per comprare un po’ di cibo, che è aumentato nei negozi del campo del 22% in quattro mesi.

Il risultato è che i 32 dollari che ciascun rifugiato riceve ogni mese non bastano più nemmeno per far fronte ai bisogni di base. Tante organizzazioni umanitarie dall’inizio della guerra stanno cercando di alleviare le sofferenze dei profughi siriani. Come Oxfam, ad esempio: attraverso la gestione del riciclo dei rifiuti del campo di Za’atari negli ultimi due anni abbiamo dato un lavoro, un reddito a oltre dieci mila rifugiati che vivono qui. Ma adesso i bisogni continuano a crescere di settimana in settimana.

Ebbene, di fronte a tutto questo, i grandi donatori internazionali non possono più rimanere indifferenti, servono subito maggiori aiuti. È necessario che la solidarietà che i Paesi europei hanno dimostrato verso l’accoglienza dei profughi ucraini divenga un precedente coerente con i principi europei e il diritto internazionale, valido per il popolo siriano e per tutti i popoli in fuga dalla guerra e dalla povertà. I paesi alla frontiera con la Siria - dal Libano alla Giordania - devono essere sostenuti nel far fronte all’emergenza. Al popolo siriano deve essere data la possibilità di rialzarsi.

*Policy advisor per la sicurezza alimentare di Oxfam Italia