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Il Resto del Carlino, 23 luglio 2024

Tre piccole realtà della Valconca da cui è partita una grande rivoluzione pacifica, quella dell’alternativa al carcere per migliaia di detenuti. In una settimana che ha visto l’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna consegnare ai detenuti di tutta la Regione il nuovo “Codice ristretto” per i diritti dei detenuti, la presidente Emma Petitti ha avuto l’occasione di visitare, invitata dalla ‘Papa Giovanni XXIII’ e dal coordinatore Giorgio Pieri, una delle tre “Comunità educante con i carcerati” (Cec) riminesi, a Montefiore Conca (le altre sono a Saludecio e Coriano), insieme al Garante regionale dei detenuti, Roberto Cavalieri. In dieci anni si è passati da una pionieristica sperimentazione per poche persone in Valconca a un progetto di livello nazionale, che ha portato alla creazione di dieci strutture in Italia con ben quattromila detenuti ospitati: attualmente sono circa 300 quelli presenti, a cui viene offerto un percorso educativo e di reinserimento sociale alternativo al carcere. “Siamo voluti venire di persona - dice Petitti - ad ascoltare le straordinarie esperienze e storie nate in queste piccole realtà riminesi grazie all’impegno della ‘Papa Giovanni XXIII’ e dei suoi volontari. Le istituzioni sono necessarie - come assemblea ci siamo da sempre connotati come casa dei Garanti e dei diritti dei cittadini - ma da sole non bastano, e dalla Valconca negli anni si è sviluppata una alternativa al carcere annoverata oggi tra le migliori pratiche a livello europeo”.

Dalla pena al recupero, quali sono i vantaggi? “L’abbattimento della recidiva, il risparmio economico e i benefici sociali - risponde la presidente dell’assemblea legislativa regionale -. Se nelle carceri la tendenza a commettere di nuovo dei reati - la cosiddetta recidiva - è del 70% dei casi, nelle Cec dove i detenuti fanno esperienza di servizio ai più deboli i casi arrivano al 15%. Si calcola che il costo per ognuno dei detenuti accolti nelle comunità è di 50 euro al giorno, contro i 140 euro dell’amministrazione penitenziaria”. Una vera e propria comunità educante, insomma. “Il territorio - continua Petitti - è parte attiva del progetto rieducativo, nella comunità che abbiamo visitato ci sono 13 fra volontari e tirocinanti universitari i quali seguono ciascuno un detenuto e i detenuti lavorano al fianco di ragazzi con handicap nelle cooperative di agricoltura biologica.

A Saludecio si è recuperato l’ex caseificio, con una storia incredibile, quella di Antronello, il casaro del ‘formaggio del perdono’, impastato dai detenuti in maniera biologica, e consegnato a Papa Francesco in Vaticano”. È stata anche una lezione personale, perché “ritrovare lo spirito di servizio ai più deboli e alla propria comunità è una lezione per tutti coloro che si interessano di politica e occupano incarichi istituzionali”.