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di Lisa Bellocchi

omnismagazine.com, 16 settembre 2026

Circa il 70% dei detenuti, dopo aver scontato la propria pena, torna a delinquere. Il tasso di recidiva, in chi ha seguito un percorso di reinserimento lavorativo durante il periodo di detenzione, si abbatte invece al 17%. Quindi, un percorso lavorativo in carcere fa bene a tutta la società, non solo a chi ne usufruisce. Nella certezza che il lavoro dà un senso al tempo speso in carcere, perché un detenuto che lavora sperimenta relazioni sane, impara, costruisce e ritrova dignità, è nata a Rimini l’associazione “Manàgere è libertà”. “Manàgere” dal latino “manus agere”, agire con le mani; ma anche “mettere le mani in pasta”, “coinvolgersi personalmente e concretamente”, come hanno fatto i promotori dell’associazione, che ha come primo scopo raccogliere fondi da devolvere agli enti del Terzo Settore che si occupano di favorire il lavoro dei detenuti. Durante il Meeting, tra le migliaia di proposte, “Manàgere” si è ritagliata pochi metri quadrati, ma ha comunque attirato tanti curiosi.

Il primo progetto in cantiere sono le ceste di Natale “prison made”. Gli interlocutori primi sono ovviamente gli imprenditori, i professionisti e i manager che già a fine estate pensano cosa regaleranno a dicembre. A loro disposizione ci sono ceste con prezzi differenziati, tutte riempite con prodotti realizzati in carcere. La loro accessibilità economica le rende interessanti anche per donatori singoli. L’offerta è insospettabilmente varia, anche se ancora largamente insufficiente a realizzare quella “funzione rieducativa” della pena che la Costituzione italiana prevederebbe per ogni detenuto.

Con grande ironia, la cooperativa sociale “Il sogno” di Verbania, produce gli apprezzatissimi dolcetti della “Banda Biscotti”, tutti bio e anche vegan. Con lo stesso spirito, la coop gestisce anche il ristorante sociale “Gattabuia”. Lo slogan di tutti i progetti è quello di “costruire il carcere di domani: un posto da cui si esce migliori di quando si entra”. Ricette della tradizione e materie prime del territorio per i biscotti sfornati nel carcere di Saluzzo dalla cooperativa sociale “Voci erranti”. “Hanno il sapore della tradizione - garantiscono -e la fragranza della libertà”.

Esperti maestri fornai e pasticceri dal 2019 insegnano a realizzare “Libere Golosità” nel forno situato all’interno della Casa Circondariale di Vicenza. E con autoironia informano che con loro “i panettoni vanno a ruba”. “Quelle mani un tempo macchiate di errori e di sangue, oggi finalmente si sporcano di farina, imparano a creare, rendono questi uomini di nuovo liberi” scrisse don Riccardo Agresti, creatore, ad Andria, di una struttura semiresidenziale nella masseria San Vittore, di proprietà della diocesi. Con la collaborazione di imprenditori della zona, la struttura è stata trasformata in un piccolo pastificio, che produce anche i tradizionali taralli. Il marchio, ormai noto anche in diverse catene di supermercati, è “A mano libera”.

“Sprigioniamo Sapori” opera all’interno della Casa circondariale di Ragusa, con un laboratorio di produzione di torroni, croccanti e di altri dolci a base di mandorla, pistacchio e nocciola, prodotti di eccellenza del territorio. “C’è gusto a nutrire la speranza” garantiscono i ragazzi del minorile di Casal del Marmo (Roma), dove - a riprova - si produce la pasta “Futuro”.

La cooperativa “La valle di Ezechiele” a Fagnano Olona (provincia di Varese) è nota, tra l’altro, per le “prison beer” e la penultima nata si chiama Prevost, strizzando l’occhio a Papa Leone.

I vini “Fresco di Galera” escono dalla Casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino; anche le etichette delle bottiglie sono state ideate dai detenuti.

E ci sono ancora molte altre esperienze e molti prodotti - “La politica -ha affermato l’arcivescovo di Milano Mario Delpini, intervenendo ad un convegno dell’università Cattolica - oltre a pensare di costruire nuove carceri per risolvere il sovraffollamento, non sembra domandarsi in che modo questi cittadini o migranti che sono in carcere possano essere - non solo per compassione ma per una valutazione del bene comune - presenze attive e apprezzabili per quello che sono capaci di fare”. “L’uomo non è il suo errore” ha vigorosamente ricordato recentemente papa Leone XIV, richiamando che il lavoro è esperienza privilegiata “per educare, anzi rieducare, le persone fragili alla percezione della possibilità di gustare veramente la propria libertà, ridestare il senso di appartenenza ad una comunità sociale in cui operare attivamente come persona e non come “ex-reo”, e sentirsi apprezzati, riaccolti e stimati come esseri umani”. Un modo semplice e concreto per agevolare tutto questo è prenotare, per questo Natale, le ceste “prison made”. Scrivendo alla mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure consultando il sito https://managereeliberta.com.