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di Vincenzo Coronetti

malpensa24.it, 23 agosto 2026

Parliamo di carceri, anzi, ne riparliamo pur consapevoli che non è tra gli argomenti più popolari, benché sia spesso al centro del dibattito istituzionale e non solo. Una questione riproposta proprio in questi giorni di fine agosto sia da un panel nella prima giornata al Meeting ciellino di Rimini, sia dall’ennesima visita di una delegazione della Camera penale di Busto Arsizio nel sovraffollato istituto di pena bustocco. Due momenti che riaffrontano il tema della vivibilità di questi non-luoghi, lontani della nostra quotidianità, sintomatici di una sensibilità collettiva che tende a marginalizzare il discorso dei penitenziari e del recupero di chi vi è ristretto.

Il Meeting, con la partecipazione del vice ministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, ha approfondito il tema partendo da un titolo carico di buone prospettive: “La vita oltre il muro. Come far fiorire speranza in carcere”. Non più sede di disagio e sofferenza, ma piuttosto occasione di riscatto umano e sociale, cifre declinate in una sola parola: reinserimento. Ecco il punto, che in provincia di Varese riguarda le case circondariali in attività, nel capoluogo e appunto a Busto Arsizio. Due realtà al centro dell’attenzione da anni, oramai. Mete di reiterati sopralluoghi di parlamentari, operatori di giustizia, avvocati, associazioni solidaristiche e educative, che ogni volta ribadiscono l’urgenza di mettere mano alle strutture per evitare che la permanenza in cella diventi motivo di rabbia e frustrazione, invece che occasione per ripartire.

La Camera penale di Busto, presieduta da Tiberio Massironi, denuncia la difficile, tesa situazione all’interno del carcere e la definisce “insopportabile”. Ma non è una novità. Così come non si scopre nulla di nuovo ai Miogni di Varese, dove il sovraffollamento è forse meno pressante che a Busto ma rimane il problema da affrontare e risolvere. Per la prima volta dopo decenni (stiamo parlando di decenni) è all’orizzonte una parziale soluzione con l’utilizzo dell’adiacente palazzina comunale che ora ospita la polizia locale.

Il trasferimento dei vigili in un’altra sede renderà possibile la riqualificazione della struttura detentiva, sopperendo così all’impossibilità o, meglio, alla mancanza di volontà statale di costruire un moderno penitenziario in una località periferica, come si è spesso e inutilmente ipotizzato da almeno tre o quattro decenni. Attenzione, riqualificazione che non rappresenta l’intervento definitivo, ma quanto meno uno sforzo istituzionale, in questo caso della giunta Galimberti che potrà contare su un finanziamento governativo, per mettere una pezza a una seria e annosa lacuna.

E a Busto Arsizio? La deputata Manuela Maffioli, presente alla visita con la Camera penale, ha assicurato il suo interessamento in favore dell’intervento degli organismi gestionali a livello romano per avviare un ampliamento. Ministero della Giustizia e Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, conoscono il problema, e non da ieri. Un problema che tocca però l’intero sistema carcerario italiano, mai veramente preso in considerazione. La casa circondariale bustocca finisce così nella complessità di una vicenda che va al di là del singolo caso. Tant’è vero che a Varese s’è mosso per primo Palazzo Estense, non altri.

Qui entrano in gioco le priorità del governo, di questo come di quelli che l’hanno preceduto, e le attenzioni politiche che, al di là delle intenzioni dei parlamentari locali, lasciano sullo sfondo il dramma, perché a volte di dramma si tratta, delle carceri italiane. Con buona pace dei richiami alla speranza di chi, al Meeting di Rimini, si è ritrovato a parlarne con intenti commendevoli, destinati - fatecelo dire - a rimanere ancora un tema attorno a al quale dibattere, mai trattato come meriterebbe in un Paese civile e, per questo, irrisolto.