di Francesco Malfetano
La Stampa, 21 aprile 2026
Dubbi sul bonus per gli avvocati, Mantovano corre al Quirinale. A notte salta la trattativa di mediazione. Pd: cercano lo scontro. Il pasticcio è di quelli che fanno rumore. E lasciano il segno. Il decreto Sicurezza, quello del fermo preventivo fino a dodici ore prima dei cortei e delle norme anti-maranza, rischia di saltare a un passo dalla scadenza. Il timer corre verso la mezzanotte del 25 aprile. E a farlo impazzire è un emendamento della stessa maggioranza che ha imbizzarrito l’ultimo miglio dell’iter: il “bonus” da 615 euro destinato agli avvocati che seguono pratiche di rimpatrio volontario. Una toppa inserita al Senato che si è trasformata in falla. E che ora minaccia di trascinare a fondo l’intero provvedimento. O, peggio, di farsi miccia di uno scontro frontale con il Colle. Il punto non è solo politico. È, prima di tutto, istituzionale. La norma, finita sotto osservazione al Quirinale da alcuni giorni, ieri è stata stoppata da dei rilievi: il contributo economico rischia di interferire con il rapporto tra difensore e assistito, alterando equilibri delicati, tra autonomia professionale e tutela dei diritti. Tradotto: così com’è il testo non può passare. L’ipotesi del rinvio al mittente non è più peregrina.
Da qui scatta la corsa. Mentre Giorgia Meloni riceve il presidente keniota, Alfredo Mantovano viene spedito al Colle nel tentativo di disinnescare la mina. Missione complicata. Sul tavolo vengono messe diverse opzioni, nessuna indolore. La prima è la più ardita: approvare il decreto senza modifiche e intervenire subito dopo con un altro provvedimento per “sterilizzare” la norma incriminata. Una sorta di correzione in corsa. Soluzione che, nel pomeriggio, non convince.
Secondo tentativo: accompagnare il decreto con un ordine del giorno che impegni il governo a cancellare la misura. Anche questa strada, almeno a notte appena iniziata, si arena. Resta la terza via, quella che sembrava più concreta. Riscrivere l’emendamento per renderlo digeribile. Il contributo non più a carico della Cassa forense ma dello Stato. Non solo agli avvocati, ma esteso anche ad altri soggetti, come le onlus. E soprattutto: riconosciuto anche se il rimpatrio non si concretizza.
Una limatura profonda che, però, pare deflagrare quando il pacchetto di opzioni viene negoziato con le opposizioni mentre la prima Commissione della Camera è sospesa. I tempi si dilatano. La maggioranza si innervosisce, prova a giocare la carta politica, chiedendo alle opposizioni di non tirare la corda per favorire la riformulazione. “Sarebbe una vittoria per entrambi” dicono.
Invito respinto. Pd, M5s, Avs, Italia Viva e +Europa leggono l’affanno dell’esecutivo (“sono allo sbando”) e non hanno intenzione di fare regali: “Troppe forzature” attaccano i dem. La situazione esplode. A notte salta il banco. Il centrodestra si dice pronto a tirare dritto, a farsi contestare la norma dal Colle. È il caos. A dimostrarlo anche l’impossibilità di individuare un colpevole. L’emendamento è firmato da tutti, ma nessuno lo rivendica davvero. FdI, FI, Noi Moderati e Lega: tutti lo hanno sottoscritto, tutti tacciono o lo ridimensionano. “È stata una leggerezza” è il coro. Una sottovalutazione dei passaggi tecnici e dei rilievi emersi. Dal ministero della Giustizia, che aveva chiesto modifiche.
Dal Tesoro, che aveva espresso perplessità. E poi ci sono i veleni. Quelli che scorrono sotto traccia. C’è chi, nella coalizione, indica il Viminale come ispiratore della norma. Una ricostruzione respinta dal ministero dell’Interno, che ne evidenzia l’iniziativa parlamentare. Ma il sospetto che qualcuno voglia addossare il pasticcio a Matteo Piantedosi, già indebolito dall’affaire Conte, è piuttosto diffuso e - secondo fonti di rilievo - condurrebbe direttamente a via Bellerio, al posizionamento vicino a Meloni del ministro e alla voglia di Matteo Salvini di tornare al Viminale. Nelle ore più buie, vale tutto. Tanto che a non mancare sono pure le critiche indirette al Colle: qualcuno fa notare che gli emendamenti erano stati trasmessi per tempo, senza rilievi immediati. Un modo per dire che l’altolà è arrivato tardi. Lo scontro istituzionale è a un passo. “Lo cercano deliberatamente” accusa il Pd. Il centrodestra prende tempo, ventila il ritorno alla prima opzione (quella del decreto di sterilizzazione) ma rimandando tutto a oggi, quando sarà apposta la fiducia sul provvedimento alla Camera ed è già pronto un cdm ad hoc. Difficile dire come finirà, ora. La fotografia che emerge, però, è quella di una maggioranza debilitata che procede a strappi.











