di Errico Novi
Il Dubbio, 21 aprile 2026
Le obiezioni di Mattarella sugli “incentivi ai legali” spingono il governo verso il dietrofront. Il no del Cnf e del mondo forense. Una via stretta. Strettissima. La maggioranza ha rischiato il corto circuito sugli “incentivi” agli avvocati, cioè per l’impasse sulla norma ad alto tasso d’incostituzionalità inserita nel decreto sicurezza. Sull’ormai famigerato emendamento approvato venerdì scorso a Palazzo Madama, il Capo dello Stato Sergio Mattarella non transige. Per l’intera giornata, Palazzo Chigi e alcuni ministri della primissima linea hanno lavorato a diverse exit stategy dallo strafalcione incriminato. La misura prevedeva per i legali un compenso di 615 euro (erogati per giunta dal Cnf) a condizione che si riciclassero in “agenzie” per il rimpatrio dei migranti. Un assurdo che resta in bilico fino alla svolta, che s’intravede dopo l’incontro tardo pomeridiano al Quirinale fra il presidente della Repubblica e il sottosegretario Alfredo Mantovano: lasciar decadere il decreto e riproporlo “depurato” dalla norma-strafalcione. Dietro l’angolo c’era il rischio, anzi la sostanziale certezza, che il Colle non avrebbe promulgato la legge di conversione.
Il provvedimento che contiene fra l’altro il già discutibile fermo amministrativo è passato all’esame, se così lo si può definire, delle commissioni congiunte Affari costituzionali e Giustizia di Montecitorio. Lavori iniziati in mattinata. E subito contestati dalle opposizioni: il deputato di Italia viva Roberto Giachetti decide di non partecipare al dibattito, “non voglio essere complice di una farsa”, spiega. Le capogruppo di Pd e Avs alla Camera, Chiara Braga e Luana Zanella, inviano una lettera al presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana per contestare tempi e modi del “procedimento legislativo”. Filiberto Zaratti e Devis Dori, capidelegazione di Avs rispettivamente in Prima e Seconda commissione, chiedono una “sospensione dei lavori” dopo le “indiscrezioni sulle perplessità del Quirinale per la famigerata norma” sui legali. Una tensione che si riflette nella vera e propria impasse decisionale dell’Esecutivo.
Pesa il no dell’intera avvocatura. Ma pesa più di tutti l’altolà del Consiglio nazionale forense. Cercato da diversi esponenti del governo. Chiamato in causa indebitamente dalla misura inserita nel Dl sicurezza con l’emendamento di maggioranza votato al Senato venerdì scorso. La massima istituzione degli avvocati, con il presidente Francesco Greco, è assolutamente indisponibile ad avvalorare un’ipotesi costituzionalmente illegittima, contraria al diritto di difesa, all’articolo 24 della Carta.
Il ruolo del Cnf è tenuto ben presente non solo dai ministri coinvolti, a cominciare dal guardasigilli Carlo Nordio, che aveva immediatamente espresso un parere negativo (al pari di Giancarlo Giorgetti, titolare del Mef) sugli incentivi ai difensori. A ricordarsi che non si può prescindere dal Consiglio nazionale forense è anche il neocapogruppo di Forza Italia a Montecitorio Enrico Costa. È lui a confermare quanto anticipato in un’intervista a Repubblica: la proposta di un ordine del giorno da mettere ai voti subito dopo l’approvazione definitiva a Montecitorio (inizialmente attesa per domani) del ddl di conversione del decreto, un “impegno”, che il governo avrebbe accettato formalmente, a sospendere l’adozione, da parte del Viminale, del successivo necessario decreto ministeriale.
Sarebbe seguita, secondo il “lodo Costa” rilanciato anche dal presidente forzista della Prima commissione della Camera Nazario Pagano, l’apertura di un “confronto fra maggioranza, avvocati e magistrati per definire il ruolo dell’istituzione forense e assicurare l’effettività del diritto di difesa per i migranti”. Soluzione sulla quale il Colle resta molto perplesso. Ne dà conto il Fatto quotidiano, con un’anticipazione online, e arrivano diverse conferme: Mattarella non potrebbe firmare una legge che converte un decreto “gravato” da un emendamento in contrasto con l’articolo 24 della Costituzione. A Palazzo Chigi sono consapevoli del problema. Ci si rende conto di quanto sia stata imprudente l’iniziativa, sottoscritta dai senatori Lisei (FdI), Occhiuto (FI), Pirovano (Lega) e Gelmini (Noi Moderati): prevedere non solo un compenso pubblico agli avvocati che inducano i migranti a chiedere il rimpatrio volontario, ma addirittura un ruolo da “ufficiale pagatore” per il Consiglio nazionale forense.
Un corto circuito normativo, una forzatura imperdonabile. Che costringe il governo alla ricerca dell’exit strategy. A metà pomeriggio se ne fa strada una complicatissima: una forzatura non sui contenuti del ddl di conversione, che anzi la stessa premier Giorgia Meloni sarebbe disponibile a ricalibrare, ma sul metodo, con un fulmineo via libera di Montecitorio a un testo modificato, cioè depurato dalla norma sugli avvocati, e un altrettanto fulmineo, ulteriore, inevitabile passaggio del decreto sicurezza a Palazzo Madama, che dovrebbe approvarlo nella versione depurata dallo svarione. Ma l’incontro al Quirinale fra il Capo dello Stato e il sottosegretario Mantovano lascia presto intendere che l’unica via davvero percorribile è un’altra: il decreto sicurezza viene lasciato mestamente, dal punto di vista di Matteo Salvini, decadere, con immediata riproposizione, in un nuovo decreto, dell’articolato in versione “ripulita”. Il trascorrere delle ore fa emergere quest’ultima come la vera soluzione. Sgradita alla Lega. Ma inevitabile.










