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di Errico Novi

Il Dubbio, 19 aprile 2026

La massima istituzione dell’avvocatura interviene sul Dl sicurezza, votato venerdì a Palazzo Madama, che le attribuirebbe compiti fuori dalla Costituzione: “Mai informati, ipotesi fuori dalle nostre competenze”. Un incidente e forse si potrebbe dire un mistero. Di sicuro la norma inserita nel decreto sicurezza che attribuisce al Consiglio nazionale forense l’onere di pagare gli avvocati disposti a trasformarsi in agenzia per il rimpatrio di migranti, ecco, sa di assurdo giuridico e costituzionale già solo a raccontarla. Ma ieri, il provvedimento, l’ennesimo, che restringe le maglie dei diritti e che stavolta lo fa soprattutto a danno delle persone di origine extra Ue, ha ottenuto il via libera in aula al Senato con dentro la misura che “premia” i legali disponibili a incoraggiare il cittadino immigrato a lasciare l’Italia, e che pretende di attribuire appunto alla massima istituzione dell’avvocatura il compito di pagare tali “professionisti”. 

E così poco fa è arrivata la nota con cui lo stesso Consiglio nazionale forense esprime tutto il proprio stupore, e la propria estraneità, all’iniziativa dei parlamentari: “In merito alla norma del decreto sicurezza che attribuisce al Consiglio Nazionale Forense un ruolo nel processo di rimpatrio degli immigrati e nella gestione dei pagamenti dei legali coinvolti, il Cnf precisa di non essere mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione. L’istituzione”, prosegue il comunicato, “chiede che il Parlamento intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali”. 

Dovrebbe finire così, con la cancellazione della misura, anche secondo le prime indiscrezioni raccolte dal Dubbio presso gli ambienti di governo: forse non con una correzione del Dl Sicurezza, già incardinato nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera per evitarne una terza lettura al Senato, ma con una norma abrogativa destinata a entrare nel primo provvedimento utile. L’idea di pagamenti effettuati dalla massima istituzione degli avvocati a singoli iscritti all’albo per l’attività professionale è astrusa e, come ricordato appunto nella nota del Cnf, estranea ai compiti dell’istituzione, dunque sostanzialmente inapplicabile. 

Va ricordato che la norma è finita nel decreto per iniziativa di quattro senatori espressione di tutti e quattro i gruppi della maggioranza a Palazzo Madama: Lisei di Fratelli d’Italia, Occhiuto di Forza Italia, Pirovano della Lega e Gelmini di Noi Moderati. Nel giro di poche ore sono arrivati la dura nota con cui Ocf annuncia “lo stato di agitazione dell’intera avvocatura in attesa che si modifichi integralmente il testo”, le prese di posizione di singoli Ordini, tra i quali il Coa di Firenze e di Bologna, l’Unione Camere penali, l’Associazione italiana Giovani avvocati, i comunicati di diversi parlamentari di opposizione, da Serracchiani e Rossomando (Pd) a Dori (Avs), Magi (+Europa) e Valentina D’Orso (M5S) che definiscono, per usare parole della responsabile dem Giustizia, “gravissimo quanto avvenuto alle spalle dell’avvocatura”. Ma soprattutto è arrivata la nota del Cnf che di fatto mette una pietra definitiva sopra l’inapplicabilità, oltre che sull’incostituzionalità, della misura. 

Nel testo entrato nel Dl Sicurezza per iniziativa del leghista Pirovano e degli altri tre senatori di maggioranza, all’articolo 30 bis il “Consiglio Nazionale Forense” è indicato, insieme con “le organizzazioni internazionali o intergovernative esperte nel settore dei rimpatri”, tra i soggetti che dovrebbero collaborare alle pratiche di “remigrazione”. Fino all’invenzione più spiazzante, che prevede appunto la “corresponsione ai singoli rappresentanti legali, da parte del Consiglio nazionale forense, dei compensi ad essi spettanti”, per aver spicciato pratiche di rimpatrio anziché svolto la loro funzione di difensori dei diritti. Un’idea creativa, per così dire, della professione forense destinata, almeno questa, a sparire come le bolle di sapone.