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di Simone Canettieri e Monica Guerzoni

Corriere della Sera, 30 dicembre 2025

Palazzo Chigi prende tempo. Mantovano avverte Schlein e Conte. “Bene, buon anno”. L’ultimo Consiglio dei ministri del 2025 si chiude con gli auguri della premier Giorgia Meloni, silente fino a quel momento. La riunione a Palazzo Chigi dura meno di 30 minuti. Il tempo di approvare il decreto Ucraina - illustrato dal sottosegretario Alfredo Mantovano - e di rinviare la decisione sulla data del referendum sulla giustizia. Se ne riparlerà a gennaio. Meglio però procedere per gradi. Nel giorno del via libera al provvedimento che garantirà il sostegno a Kiev nel 2026 fa notizia l’assenza di Matteo Salvini. Il leader della Lega è a Roma ma non partecipa al Consiglio dei ministri. “Nessuna polemica, abbiamo ottenuto ciò che volevamo”, dicono dal Carroccio. Per 24 ore, dense di trattative fra il leghista Claudio Borghi e il ministro della Difesa Guido Crosetto (assente anch’egli per motivi personali), va in scena la “guerra” delle parole. Tutto ruota intorno all’aggettivo “militari”. Che salta e ritorna.

Nella prima bozza del Dl si parlava di “disposizioni urgenti per la proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti in favore delle autorità governative dell’Ucraina”. Mancava appunto la parolina “militari” dopo equipaggiamenti. Tuttavia nell’ordine del giorno del preconsiglio di ieri mattina e poi in quello ufficiale inviato da Palazzo Chigi dopo pranzo l’aggettivo “militari” ricomparirà per restare nel titolo del Dl. Per molti è stata la mano di Giovanbattista Fazzolari, molto vicino al dossier ucraino. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio nega un intervento diretto e agli amici racconta: “Non l’ho seguito io. Si sono confrontati molto serenamente i vicepremier con Crosetto e Mantovano. Nessun braccio di ferro, grande serenità”. Dalla Lega però raccontano altro, ma senza acrimonia, solo a titolo di cronaca. E comunque, al di là della meccanica interna, qualcosa deve essere successo se il titolo del decreto è cambiato dalla notte alla mattina. Poco importa. I salviniani brindano: “La mediazione ci ha soddisfatti, in diplomazia occorre misurare le parole. E nel testo del decreto (composto da tre articoli, ndr) si dà spazio agli aiuti sanitari, logistici e difensivi, al di là del titolo”. Approvato il testo c’è una sicurezza: il 15 gennaio il ministro Crosetto illustrerà alla Camera il decreto. Non è detto, anzi è quasi impossibile, che per quel giorno l’Ucraina avrà già ricevuto il tredicesimo pacchetto di aiuti. È un’ipotesi considerata lontana.

Archiviata la vicenda decreto - tra vincitori e vinti - a Palazzo Chigi si è deciso invece di soprassedere sulla data del referendum sulla giustizia. Niente blitz, dunque. Il governo ha frenato e preso tempo. Nonostante la legge consentirebbe di indire la consultazione già per l’1 e il 2 marzo, l’esecutivo rivendica la scelta di non aver forzato la mano, come avrebbe potuto. Vero. Come è vero il sollievo del Quirinale per un rinvio che allenta le tensioni politiche. Dal Colle non confermano che Sergio Mattarella abbia mediato in prima persona per scongiurare forzature, ma non smentiscono i dubbi del presidente-giurista. E osservano, in riferimento alla prassi di dilatare i tempi fino ai tre mesi consentiti, che la legge vale più di qualunque consuetudine.

Il sottosegretario Mantovano, colui che ha tenuto i contatti col Quirinale, ha voluto informare personalmente Elly Schlein e Giuseppe Conte: i leader del Pd e del M5S faranno una “riflessione politica”, ma intanto pare abbiano apprezzato la disponibilità al dialogo. Quel che i meloniani non dicono, è che la frenata del governo è anche tecnica e riguarda il quesito che dovrà comparire sulla scheda. Se la Cassazione accogliesse la formulazione (orientata al No) di chi sta tentando di arrivare alle 500 mila firme e non quella proposta dal fronte del Sì, il governo si esporrebbe a rischi non banali, come ricorsi e ristampa delle schede. Anche per questo, ascoltando i consigli del Colle, il governo ha tolto il piede dall’acceleratore e smentito “colpi di mano”. Il costituzionalista Stefano Ceccanti si rammarica che “nessuno abbia provato a dialogare su un calendario condiviso”. A sfogliarlo si vede che l’8 marzo è la Festa della Donna e il 29 è la domenica delle Palme, per cui le date più probabili restano il 15 e il 22 marzo. Se ne riparlerà a gennaio, appunto.