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di Paolo Di Stefano

Corriere della Sera, 16 dicembre 2025

Gianluigi Simonetti ha scritto su “Tuttolibri” che gli scrittori sono diventati buoni e la loro bontà morale, civile, psicologica li aiuta a vendere. A volte i buoni sentimenti riguardano il prossimo, a volte si riflettono a specchio sull’io narrante. La letteratura italiana di questi anni, secondo i critici, è stretta tra due tentazioni altrettanto nefaste: da una parte la voglia di riparare il mondo; dall’altra l’irresistibile desiderio di guardarsi l’ombelico, vecchio vizio che tante volte le viene rimproverato. Le due accuse le sono state rivolte nell’ultima settimana da Gianluigi Simonetti e da Marco Archetti. Il primo ha scritto su “Tuttolibri” che gli scrittori sono diventati buoni e la loro bontà morale, civile, psicologica li aiuta a vendere. A volte i buoni sentimenti riguardano il prossimo, a volte si riflettono a specchio sull’io narrante.

È Archetti sul “Foglio” a denunciare l’autobiografismo ombelicale. Naturalmente si potrebbe obiettare che non mancano i capolavori autobiografici che vogliono raccontare il dolore, la ferita, la tragedia del vivere. Eppure, nonostante ciò, rimangono capolavori: anche Manzoni con il suo romanzo voleva riparare il mondo, così come Dante con il suo poema non nascondeva la pretesa di salvare l’umanità. E La cognizione del dolore è il massimo dell’”ombelichismo” appena dissimulato, ma non per questo Gadda ci suona come una lagna. Il che conferma che al di là degli obiettivi, dei temi e dei punti di vista, come diceva il grande Giorgio Orelli a proposito della poesia, la letteratura è buona quando è buona. Tautologia che inviterebbe i critici a leggere i libri e a giudicarli senza preclusioni di sorta. 

Se a Raffaello Palumbo Mosca non piace l’ultimo libro di Viola Ardone, sarà - come ha scritto - anche perché è “un concentrato di disgrazie cucite insieme per straziare il lettore”. Ma soprattutto non gli piace perché, secondo lui, quelle disgrazie sono cucite male, la comicità fa ridere solo quando è involontaria, l’intenzione dolorista è sfacciata, non sostenuta dall’espressione e dallo stile (stile, chissà perché, è parola tabù). Ho riletto di recente Sebastiano Vassalli, nel decennale della morte: nessuno è stato più lontano di lui dalla pretesa di riparare il mondo scrivendo. Vassalli ha raccontato l’odio, la disillusione, la sconfitta in tante variazioni di tempi e di luoghi, senza mai un lieto fine. L’oro del mondo, in cui narra anche la sua sfortunata adolescenza, resta il libro migliore. Altri suoi romanzi, terribili storie senza ombelico, non raggiungono quella vetta. Nonostante le pessime intenzioni.