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di Marco Roberti

L’Espresso, 21 agosto 2025

Dalla violazione della norma, di cui si occupano i processi, alle conseguenze psicologiche su vittime e autori del reato. Lo prevede la riforma che procede, sia pure tra molte difficoltà. La giustizia riparativa sposta l’attenzione dalla violazione di una norma alla violazione di una persona. Per questo è un paradigma completamente differente”. Patrizia Patrizi è ordinaria di Psicologia giuridica all’Università di Sassari ed è stata presidente dell’European forum for restorative justice, che quest’anno arriva al quarto di secolo. Secondo la definizione dello stesso Forum, la giustizia riparativa viene definita come un “approccio volto a fronteggiare il danno o il rischio di danno, coinvolgendo tutte e tutti coloro che ne sono toccati.

Invece di separare le persone o escludere quelle ritenute una minaccia, i processi riparativi ripristinano protezione e sicurezza proprio riunendo le persone così da annullare l’ingiustizia, riparare il danno subito e alleviare la sofferenza attraverso il dialogo e l’intesa”. Una pratica che può essere utilizzata in qualsiasi ambito sociale nel quale siano nati conflitti grandi o piccoli.

Dal 2022 - con la riforma Cartabia - la giustizia riparativa è entrata a pieno titolo anche nell’ambito penale come percorso complementare e alternativo a quello del processo. Al centro c’è il fine rieducativo attraverso l’incontro tra autore del reato e vittima, in un percorso basato non sul pentimento e sul perdono ma sull’ascolto e sul riconoscimento dell’altro con l’aiuto di un soggetto terzo imparziale. Un modello che nasce da lontano, dagli studi del criminologo americano Howard Zehr, considerato il pioniere di questo tipo di approccio. In Italia ci sono state diverse esperienze di incontro tra vittime e responsabili della lotta armata degli anni Settanta, tra cui Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, il politico ucciso dalle Br, e Franco Bonisoli, ex brigatista che fece parte del commando responsabile dell’omicidio. Ma c’è anche l’esempio di padre Adolfo Bachelet, fratello del vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet, ucciso dai terroristi nel 1980. Il gesuita negli anni seguenti andò in carcere a visitare diversi ex terroristi in molti incontri che - così confesseranno in seguito i detenuti - servirono per riflettere sulle loro azioni e reinserirsi nella società con nuovi strumenti e nuove certezze psicologiche.

“Questo è un lavoro che va avanti da tempo. Ci sono centri che hanno lavorato benissimo”, spiega Roberta Palmisano, presidente della terza sezione della corte d’Appello di Roma. “La riforma Cartabia - prosegue Palmisano - da un lato fa tesoro dell’esperienza già fatta, dall’altro dà adempimento a direttive europee, formalizzando un procedimento all’interno del processo penale”. In sostanza è un percorso volontario - per entrambe le parti - che deve essere autorizzato dal giudice e può essere attivato in ogni momento e senza limitazioni legate alla gravità del reato commesso. La forma più comune - ma non l’unica - è quella dell’incontro tra autore e vittima del reato alla presenza di uno o più mediatori specializzati. Al termine del percorso viene inviata una relazione sull’esito della pratica al giudice, che può tenerne conto nella concessione di attenuanti o di sconti di pena. “Ma è una scelta che non può essere fatta solo perché possono esserci effetti favorevoli - avvisa sempre Palmisano - la finalità è un’altra: è uno strumento che serve per ricomporre la frattura che si crea ogni volta che viene commesso un reato”.

La giustizia riparativa arriva a dare una risposta che non può arrivare dal processo penale dove, necessariamente, bisogna cercare una verità basata sui fatti e non c’è spazio per indagare le ripercussioni psicologiche sulle vittime. “C’è un concetto chiave - spiega Patrizia Patrizi - che è quello di accountability, un termine inglese di cui non abbiamo un’esatta traduzione in italiano. È il sentimento di responsabilità che si prova per le conseguenze che le nostre azioni hanno arrecato agli altri. Nel dialogo tra chi ha agito, chi ha subito e la comunità di cui si fa parte emerge una verità molto diversa da quella processuale. E diversi studi dimostrano come cali anche la percentuale di recidiva perché se mi metto di fronte all’altra persona e capisco il suo vissuto, cambia il mio modo di pormi”.

Nel nostro Paese c’è però ancora una forte resistenza verso questa pratica. Per la giudice Palmisano “c’è una difficoltà culturale a maneggiare tutti gli strumenti che si discostano dalla custodia cautelare in carcere che non è efficace per alcuni tipi di reati e per alcune persone. E, soprattutto, in molti casi non riesce ad avere un effetto rieducativo. Anzi spesso produce solamente maggiore criminalità”. Oltre a questo, a frenare la riforma, è anche la mancanza di strutture adeguate. Il cortocircuito ha riguardato anche le figure dei mediatori che devono essere formati dalle università anche con un periodo di pratica in un centro. Ma se questi luoghi non esistono ancora, non è possibile neanche concludere la formazione degli operatori. Qualcosa però si muove: alla fine dello scorso luglio le varie conferenze locali - istituite presso ogni corte d’Appello - hanno individuato gli spazi e gli enti che dovranno gestirle. Quindi si dovranno stipulare le convenzioni e i centri potranno cominciare le loro attività.

Nel frattempo, però, questa possibilità viene negata a chi ne avrebbe diritto. È il caso di Luca - il nome è di fantasia - imputato di maltrattamenti nei confronti della madre. Dopo che le parti hanno prestato il loro consenso, il giudice del tribunale di Civitavecchia ha disposto lo “svolgimento di un programma di giustizia riparativa” che può “essere utile alla risoluzione delle questioni derivanti dal fatto”, come si legge nelle carte. Ma proprio qui nasce il problema.

“La norma prevede che questi percorsi debbano essere svolti in strutture pubbliche istituite presso gli enti locali”, spiega Gabriele Colasanti, avvocato penalista del foro di Roma che difende Luca. “Ma, dato che nel circondario della corte d’Appello di Roma non ci sono, si arriva alla compromissione di un diritto sancito dalla legge. Se poi un soggetto è detenuto - prosegue il legale che da tempo si occupa di carceri per diverse associazioni - sorgono ancora maggiori difficoltà. Per quella che è la mia esperienza, al momento l’istituto è rimasto purtroppo inattuato”.

Chi invece è pronto a partire è il centro L’innominato, a Lecco, che ha ricevuto il riconoscimento dal ministero della Giustizia, forte dell’esperienza maturata sin dal 2012. “Siamo partiti come gruppo informale dal basso”, racconta la psicologa Bruna Dighera, responsabile del progetto. “Siamo un tavolo nato per diffondere questo approccio a tutti gli ambiti del vivere sociale. La pratica riparativa più utilizzata qui, finora, è stata il circle che, insieme con le vittime e agli autori di reato, ha visto partecipi anche i membri della comunità.

Si comincia con due gruppi che lavorano in parallelo: da una parte - assieme a cittadini e mediatori - ci sono gli autori di reato, dall’altra le vittime. Dopo alcuni incontri le due parti si incontrano per continuare la tessitura del dialogo”. Ora, la speranza è di cominciare, come centro riconosciuto dal ministero, i primi incontri in autunno. “L’effetto è trasformativo per chiunque abbia confronti del genere. Chi attraversa un percorso come questo - conclude Dighera - ne esce diverso rispetto a come era entrato”.