di Isabella De Silvestro
Il Domani, 23 febbraio 2025
Dall’uscita di “Gattabuia”, il podcast di Domani prodotto da Emons Record sulla vita quotidiana nelle carceri italiane, molte sono state le reazioni e i riscontri ricevuti. Non solo da parte delle ascoltatrici e degli ascoltatori che si sono avvicinati a questa inchiesta con la curiosità di conoscere un mondo distante, sigillato e spaventoso qual è il carcere, di cui comunemente si sa poco, ma anche da parte di insegnanti che hanno fatto ascoltare il podcast ai propri alunni, di circoli culturali che chiedono di organizzare dibattiti e presentazioni, di associazioni che operano negli istituti penitenziari e ne hanno discusso con i detenuti, di radio ed emittenti televisive che mi hanno invitata a intervenire per discuterne.
Una delle notizie più felici arriva da un agente penitenziario, che in un messaggio scrive: “Sono stato una settimana a Parma per un corso di alta formazione alla Scuola dell’Amministrazione penitenziaria. È stato davvero interessante e orientato verso un carcere più giusto, anche se, come sappiamo, ci vorrà molto tempo. Durante il corso si è parlato molto di Gattabuia, che è stato ascoltato da comandanti, agenti, garanti dei diritti dei detenuti”.
Durante la scrittura di Gattabuia, la difficoltà maggiore è stata quella di mantenere un tono che fosse equilibrato. E quando si parla di carcere tenersi in equilibrio è difficile. C’è il dolore che l’istituzione infligge ai detenuti e quella che i detenuti hanno inflitto alle vittime dei loro reati. C’è la violenza con cui gli agenti penitenziari si relazionano con la popolazione reclusa, e quella dei reclusi contro gli agenti.
C’è la violenza della struttura edilizia e la dimenticanza istituzionale in cui il carcere è costretto a operare - sotto organico, carente di risorse, di spazi, di strumenti per rispettare il dettato costituzionale che vuole che la pena sia volta alla rieducazione del condannato - e c’è, più di tutto, l’indifferenza, che a volte diventa vero e proprio disprezzo, che si riserva al mondo-carcere nella sua interezza: l’istituzione reietta per definizione, un agglomerato di marginalità sociali da una parte e professionali dall’altra.
Gattabuia è stato ascoltato trasversalmente, da chi è già sensibile al tema come da chi non se ne è mai interessato, - da chi fa attivismo fino a chi lavora in carcere, indossando la divisa della polizia: un risultato che ha una rilevanza politica, se politica vuole ancora dire il tentativo di vivere in comune armonizzando posizioni e necessità diverse Un altro dei riscontri più preziosi è venuto dai detenuti e gli ex detenuti, uomini e donne che hanno vissuto il carcere sulla loro pelle e sanno meglio di qualunque studioso o giornalista che cosa significhi.
“Stavo in una cella in un piano dismesso del carcere di Modena con gli schizzi di sangue sul muro e la turca. Per lavare il sangue ho allagato la cella”, scrive in una mali. Teresa, una donna che ha passato 19 anni in carcere e altrettanti anni agli arresti domiciliari, concessi per motivi di salute. Mi racconta di aver ascoltato ogni puntata almeno due volte, ripercorrendo la propria vita nelle sezioni di alta sicurezza delle prigioni italiane a partire dagli inizi degli anni Novanta.
Io e Teresa ci siamo scritte e poi ci siamo sentite al telefono. Le ho chiesto di raccontarmi la sua storia: “L’ascolto di Gattabuia mi ha riportato ai miei quasi 19 anni di detenzione. Mi sento il prodotto di quei 19 anni: malata, isolata, depressa, disadattata alla vita comunitaria. Allo stesso tempo mi considero miracolosamente piena di risorse, alla continua ricerca di un contatto umano e culturale. Sono riuscita a conservare una certa vitalità, nonostante tutto il dolore passato”, continua.
Rumori d’ambiente che nel podcast sono stati riprodotti da un lavoro straordinario di sound-design curato dalla musicista Federica Furlani, che nel primo episodio di Gattabuia restituisce l’universo sonoro di un risveglio carcerario tra battiture, rumori di chiavi, aprirsi e chiudersi dei blindi, grida e televisori che trasmettono il telegiornale del mattino. La sesta puntata del podcast, intitolata “Fine pena mai”, si interroga sul senso della pena. Matteo Gorelli, uno degli ex detenuti intervistati, afferma: “Tutti i reati vengono o da condizioni socio-economiche di merda, o da problemi psicologici e psichiatrici”.
D’altronde, lo scrivevano Franco Basaglia e Franca Ongaro più di cinquant’anni fa: “Nella società dell’abbondanza- fame o c’è “abbondanza” o c’è “fame”. Ma la fame non può manifestarsi brutalmente per ciò che è, ma deve venir velata e schermata attraverso le ideologie che la definiranno di volta in volta come vizio, malattia, razza, colpa”. Se crediamo in una giustizia che non lasci indietro nessuno, dobbiamo avere il coraggio di ripensare il carcere dalle fondamenta.











