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di Giovanni Fiandaca


Il Riformista, 5 giugno 2021

 

Pubblichiamo un estratto dell'intervento a firma del giurista e accademico Giovanni Fiandaca che propone una rilettura degli scritti di Giovanni Falcone all'interno del volume "L'istruzione probatoria nel diritto amministrativo" a cura di Gaetano Armao, edizione Treccani.

Giovanni Falcone, oltre che un magistrato eccezionale, è stato anche un notevole scrittore di saggi e articoli giuridici. E, se fosse lecito trasporre nel campo del diritto una distinzione tratta dal mondo della letteratura, direi che Falcone è stato uno scrittore di cose, e non di parole: nel senso che i suoi scritti traggono sempre spunto e alimento dall'esperienza giudiziaria concreta, e perciò non danno mai quell'impressione di astrattezza o di artificio che suscitiamo talvolta noi giuristi accademici. Il grosso pubblico conosce meglio, verosimilmente, il libro- intervista "Cose di Cosa nostra", scritto in collaborazione con la giornalista francese Marcelle Padovani e apparso nel 1991.

È questo un libro a carattere prevalentemente divulgativo, nel quale Falcone spiega in modo semplice ed efficace la sua concezione della mafia e il metodo, anche di tipo psicologico, utilizzato per entrare in rapporto di comunicazione con alcuni mafiosi che avrebbero poi scelto la strada della collaborazione giudiziaria.

È forse meno noto l'altro libro di Giovanni Falcone, cioè quello che raccoglie i suoi contributi a carattere più tecnico e che ha per titolo "Interventi e proposte" (1982- 1992), pubblicato dalla casa editrice Sansoni nel 1994. Ma, prima di richiamare i filoni tematici affrontati nell'opera complessiva di Falcone, voglio fare un accenno a un punto del libro- intervista "Cose di Cosa nostra", un punto a mio avviso "emblematico" perché illumina alcuni tratti fondamentali della personalità di Falcone e, nello stesso tempo, sintetizza efficacemente la sua filosofia di magistrato: "Mi rimane comunque una buona dose di scetticismo, non però alla maniera di Leonardo Sciascia, che sentiva il bisogno di Stato, ma nello Stato non aveva fiducia. Il mio scetticismo, piuttosto che una diffidenza sospettosa, è quel dubbio metodico che finisce col rinsaldare le convinzioni". Soffermiamoci sull'espressione "dubbio metodico" utilizzata da Falcone: due parole che testimoniano uno stile intellettuale ispirato a una sorta di razionalità neoilluministica; una fiducia nell'uso della ragione come antidoto contro il fanatismo intellettuale e l'accecamento ideologico; ma, nello stesso tempo, un esercizio di una ragione critica che, lungi dal diventare alibi "gattopardesco" di fatalistica rassegnazione, funge da strumento positivo per modificare effettivamente la realtà.

La principale peculiarità del pensiero pragmaticamente orientato di Giovanni Falcone consiste, a ben vedere, nel nesso strettissimo - un vero e proprio legame indissolubile - tra elaborazione tecnico- giuridica o riflessione politico- criminale e approccio criminologico al fenomeno mafioso: nel senso che una determinata concezione della mafia (e in particolare di Cosa nostra) come realtà criminale costituisce sempre il prius da cui egli prende le mosse per sviluppare analisi di diritto positivo o per progettare nuove strategie di intervento.

Quale concezione della mafia trapela dagli scritti falconiani? Direi la stessa concezione che ha guidato la sua attività di magistrato, e che si connota per la sottolineatura del carattere polivalente e complesso del fenomeno mafioso: cioè Falcone, pur avendo fornito un contributo eccezionale alla ricostruzione della mafia di Cosa nostra come associazione criminale dotata di un peculiare modello organizzativo, è stato nello stesso tempo ben consapevole dell'impossibilità di ridurre la mafia a puro fenomeno criminale.

Da questo punto di vista, la visione di Falcone è in larghissima misura coincidente con la concezione della mafia oggi dominante tra gli studiosi di scienze sociali: almeno per la parte in cui la specificità della criminalità mafiosa viene individuata, da un lato, in un collegamento sistemico con la società civile nelle sue diverse articolazioni e con il mondo della politica; e, dall'altro, nell'adozione di un codice culturale e di un apparato simbolico dai contenuti peculiari che rimanda alla tradizione culturale siciliana.

Ma, pur essendo convinto dell'essenzialità del nesso mafia- politica, Falcone si è sempre preoccupato nei suoi scritti di chiarire politiche su contrapposti versanti. Nel contesto di un'intervista rilasciata alla storica Giovanna Fiume, Falcone ha dichiarato: "Ho detto spesso che non esiste il terzo livello, come un organismo lato sensu politico che diriga e controlli le attività della mafia. Sopra i vertici di Cosa Nostra non esiste nulla; esistono rapporti di coordinamento, di collegamento, esistono convergenze di interessi, talora anche inespresse, esistono poi ovviamente singoli concreti casi d'influenza su questo o quell'uomo politico. Ma non vi è affatto una connessione organica tra partiti o fette di partiti e le organizzazioni mafiose. Il fenomeno è molto più articolato e complesso e come tale molto più sfuggente alla repressione penale".

Invero, c'è chi ha richiamato questa chiave di lettura del rapporto mafia-politica per sostenere polemicamente che un magistrato serio e prudente, come Giovanni Falcone, non avrebbe mai concepito un processo Andreotti o un processo Mannino. Si tratta di un richiamo inopportuno. E infatti scorretto utilizzare più o meno strumentalmente, a sostegno delle critiche ai magistrati della stagione giudiziaria di Gian Carlo Caselli, il riferimento a un Falcone che purtroppo non è più in grado di parlare. Al di là degli usi strumentali, una cosa è però certa: l'esito assolutorio, sia pure in forma sostanzialmente dubitativa, di alcuni recenti processi contro importanti uomini politici può trovare ampia spiegazione proprio in quel carattere "sfuggente" del rapporto mafia- politica, di cui Falcone era lucida- mente consapevole.

Ma il profilo giuridicamente più rilevante della concezione falconiana si riferisce al modello organizzativo di Cosa nostra. È noto che il problema della struttura organizzativa della mafia è stato più volte affrontato non solo in sede giudiziaria, ma anche nella letteratura sociologica, a cominciare da quella ottocentesca. Le risposte in proposito fornite non sono state omogenee, anche se è tradizionalmente prevalsa la tesi che la mafia siciliana fosse costituita da un insieme di sodalizi indipendenti. In effetti, una risposta a questo problema non può essere data in astratto e una volta per tutte.

Piuttosto, la soluzione può variare in rapporto al momento storico considerato e al tipo di organizzazione mafiosa che viene in questione. Orbene, la nota tesi di Falcone, di Paolo Borsellino e degli altri magistrati del pool dell'Ufficio istruzione di Palermo, che attribuisce alla mafia una struttura unitaria e verticistica si riferisce non alla mafia come categoria generale, bensì a una specifica concretizzazione storica di mafia in un frangente storico ben determinato: cioè al modo di operare di Cosa nostra a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del ventesimo secolo.

Questa straordinaria intuizione investigativa, definita da qualcuno con un pizzico di enfasi "vera e propria rottura epistemologica", manterrebbe ovviamente tutta la sua validità anche se si dovesse scoprire che in momenti storici successivi la struttura organizzativa di Cosa nostra è articolata in forma meno compatta e unitaria. Proprio la tesi della natura unitaria e verticistica costituisce la premessa criminologica del pensiero giuridico e processuale sviluppato nei numerosi scritti e ciò che li lega insieme come un filo rosso; e, com'è noto, funge, nello stesso tempo, da struttura portante di quel capolavoro giudiziario che è il maxiprocesso della metà degli anni Ottanta.

Ora, il contributo di idee condensato nei circa quaranta lavori scritti che costituiscono l'eredità saggistica di Giovanni Falcone, ruota appunto attorno a una questione fondamentale: come attrezzare la macchina giudiziaria, e come affinare la professionalità dei magistrati, per fare in modo che un'organizzazione criminale di ampie proporzioni come Cosa nostra possa essere efficacemente contrastata mediante lo strumento della giustizia penale. (...) Insomma: fino a che punto è possibile e lecito, senza tradire i principi della giurisdizione, trasformare la macchina giudiziaria in una sorta di "macchina da guerra" idonea a contrastare la potenza militare di una grande struttura criminale unitaria e compatta come quella di Cosa nostra?