di Errico Novi
Il Dubbio, 14 maggio 2026
Della legge sui detenuti con tossicodipendenze si sapeva poco. Era stata incardinata a Palazzo Madama lo scorso settembre. Ed è un ddl governativo, firmato da Carlo Nordio e dal titolare della Salute, Orazio Schillaci. Sarebbe un provvedimento di un certo peso, considerato che, se effettivamente attuato, consentirebbe di portar fuori dagli istituti di pena oltre 10mila reclusi, il che farebbe tornare le cifre folli della popolazione detenuta ben sotto l’attuale quota di 64.400, record mostruoso che prefigura nuove censure europee. Eppure solo ora l’Esecutivo inizia a parlarne in modo convinto. Lo ha fatto ieri il guardasigilli, che a un convegno sul personale penitenziario ha confermato l’indiscrezione riferita da Repubblica, secondo cui il governo avrebbe messo il turbo sul dossier: “Riguardo al sovraffollamento, siamo già in fase molto avanzata per alcuni provvedimenti, che potremmo chiamare di detenzione differenziata”. Si riferisce appunto all’obiettivo della citata legge: trasferire i detenuti con tossicodipendenze dalle celle alle comunità.
Vecchio progetto: lo annunciò Andrea Delmastro due anni fa, quand’era ancora sottosegretario alla Giustizia. Nel frattempo sono trascorse altre due estati infernali per i detenuti, torturati in “istituti” in cui i 40 gradi esterni si traducono in crematori da film horror. A inizio luglio 2025 il governo aveva varato un impalpabile decreto carceri, che si è limitato, nei fatti, a fluidificare un po’ le procedure per la liberazione anticipata (quella già in vigore, non certo la versione “speciale” proposta da Giachetti e Bernardini, ripudiata dal centrodestra come un oltraggio al buongusto). Certo, in quel decreto c’erano le regole-quadro per l’individuazione delle comunità, sembrate però una vana premessa. E invece, a fari spenti, prima il sottosegretario Andrea Ostellari ci ha investito un bel po’ del proprio mandato negli ultimi mesi, e ora l’intero governo si è messo improvvisamente a correre. Nella commissione Giustizia del Senato, dov’è in corso l’esame della legge sui reclusi tossicodipendenti, si è materializzato un emendamento dello stesso governo, fortemente voluto dal sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano.
Stabilisce due cose. Innanzitutto che il passaggio dalla cella al recupero terapeutico esterno può avvenire non solo attraverso la concessione di una specifica misura alternativa, ma anche sotto forma di domiciliari, scontati appunto nella comunità anziché presso la propria abitazione. E qui la tecnica risponde a una precisa esigenza: far rientrare nel provvedimento le migliaia di detenuti tossicodipendenti di origine straniera, spesso privi di alloggio. In più l’emendamento Mantovano prevede che se il “programma terapeutico non è positivamente concluso” ma il condannato tossicodipendente non è incorso in “violazioni delle prescrizioni”, gli si può concedere una seconda chance in un’altra struttura. Segno che si vuole evitare in tutti i modi il rientro del recluso nelle celle-pollaio.
Non è finita qui. Il paradosso dei carcerati che potrebbero andare ai domiciliari ma restano ad affollare le carceri solo perché non hanno casa è tra gli ingranaggi maggiormente responsabili del sovraffollamento al 140 %. E cosi il governo non si limita a sciogliere il nodo solo per i reclusi riconosciuti tuttora tossicodipendenti (e che possono dimostrare, come dice il ddl Nordio-Schillaci, la “correlazione tra la tossicodipendenza o l’alcoldipendenza e il reato”). Ci si prepara, tra Palazzo Chigi e via Arenula, a mettere in campo il sospirato progetto di assegnazione alloggi, anche presso istituzioni religiose, ai reclusi che sono senza fissa dimora e che potrebbero accedere alla detenzione domestica: se ne illustreranno i dettagli in una conferenza stampa già programmata per metà della settimana prossima, a cui potrebbero intervenire non solo Nordio e Ostellari ma anche don Mazzi. Ecco il senso “pieno” della battuta del guardasigilli sulla “detenzione differenziata”. Una svolta perché se davvero si riuscisse a trovare posto a tutti, uscirebbero dal carcere altri 5mila detenuti. Vorrebbe dire che, con il successo di questo piano sui domiciliari e di quello sulle comunità per tossicodipendenti (che diventano a loro volta strutture dove scontare la detenzione domestica in un contesto terapeutico), si porterebbe la popolazione detenuta, nel giro di pochi mesi, sotto quota 50mila. Vorrebbe dire azzerarlo, il sovraffollamento.
Com’è possibile e soprattutto da dove nasce questa svolta? Da tre fattori. Il primo: Mantovano ha recepito, in tempi recenti, l’immutata preoccupazione di Sergio Mattarella, che considera una “vera emergenza sociale” le condizioni del sistema penitenziario. Secondo: la consapevolezza che un’altra estate di prigioni trasformate in mattatoi infernali, con il loro corollario di suicidi, costituirebbe un insuccesso pericolosissimo anche in termini di consenso. È forse la prima volta che la destra di governo percepisce la sofferenza dei reclusi come un dato sgradito allo stesso elettorato conservatore: si tratterebbe pur sempre di un flop. Non essere riusciti a cambiare nulla, sul carcere, in un’intera legislatura, diventerebbe la cartina di tornasole di un quinquennio negativo. Non sarebbe magari l’aspetto più “pesante”, in termini elettorali, ma contribuirebbe a definire il quadro in vista delle Politiche.
E poi c’è il terzo elemento. Che spiega anche come mai della legge sui detenuti da curare in comunità si sia detto pochissimo, fin dal momento in cui è stata incardinata: il referendum è alle spalle, non c’è più il pericolo di comprometterne l’esito con iniziative che mostrino un Esecutivo e una maggioranza troppo orientati al garantismo, al punto da far apparire la stessa separazione delle carriere come una forzatura funzionale all’impunità. Alla balla della riforma costituzionale salva-ladri, gli italiani hanno creduto nonostante la stasi del governo sulla giustizia nei mesi precedenti il referendum. Ora Nordio e il suo vice Francesco Paolo Sisto sono liberi dai freni che erano stati imposti loro, nella lunga e infausta marcia verso il voto sulle carriere separate, proprio da Palazzo Chigi. Cioè da Giorgia Meloni e Alfredo Mantovano. Ora il sottosegretario alla Presidenza è il primo a rendersi conto che arrivare a fine legislatura con un quasi “zero tituli” sulla giustizia sarebbe comunque un handicap. E che lo sarebbe a maggior ragione se l’immobilismo si traducesse nell’ennesima scia di morte e disperazione dentro le prigioni. Senza considerare che, su una responsabilità del genere, il Quirinale non farebbe sconti, e che non ne farebbe neppure Bruxelles, pronta a fulminare Roma con una procedura d’infrazione che, rispetto alla sentenza Torreggiani emessa dalla Cedu nel 2013, avrebbe toni ancora più imbarazzanti.











